Grisha Bruskin. Alefbet: alfabeto della memoria

La mostra alla Quercini Stampalia di Venezia

Dal 12 febbraio di questo anno è in mostra alla Fondazione Querini Stampalia Alefbet di Grisha Bruskin che chiuderà il 3 settembre 2015.
Le note vicende storiche, marchio indelebile nella storia dell’umanità, di una barbarie senza pari che ha portato ad una strage di oltre sei milioni di ebrei morti, hanno provocato effetti collaterali devastanti per la cultura e l’arte. La vita e l’arte però hanno sempre dimostrato l’enorme capacità di adeguarsi alle circostanze, riuscendo in tal modo, non solo a sopravvivere, ma anche a progredire e perfezionarsi.

Nazismo e stalinismo hanno avuto in comune oltre alle stragi di interi gruppi etnici (si pensi agli zingari), l’odio per ogni espressione artistica che non fosse quella sancita ufficialmente dal potere centrale che la vedeva come uno strumento utile per la loro propaganda. Come un’araba fenicia capace sempre di rinascere dalle proprie ceneri, il genio artistico si è dimostrato indomabile nel suo svilupparsi anche nella clandestinità. Una riconferma di ciò è rappresentata da Grisha Bruskin e la sua prima esposizione a Venezia Alefbet.

Un insieme di cinque grandi arazzi (2,80 x 2,10) e dei disegni preparatori, gouaches, e sei dipinti che consentono di seguire passo per passo il modo di procedere dell’artista. Promossa dal Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) di Cà Foscari, è costituita da un alfabeto di stampo kabalistico animato da 160 personaggi intesi a perpetuare la millenaria tradizione ebraica del Talmud, il testo sacro conservato nel tempio di Salomone che secondo alcuni ne è l’autore.

Bruskin faceva parte di una famiglia ebraica di scienziati non proprio interessati alle tematiche religiose, mentre egli, affascinato di quel mondo attraverso la lettura e i racconti orali dei sopravvissuti alla Shoa, non vuole che vada perduto e usa la sua arte per salvare questa memoria. La sue prime opere sono ingenue e nel solco della tradizione, pur rifuggendo da certi orrori dell’arte sovietica eseguita secondo i dettami di una commissione ad hoc creata e voluta da Stalin.

Come farà Chagall i suoi dipinti raccontano la vita semplice dei villaggi, l’ottimismo con cui si guarda al futuro, ceri delle magnifiche sorti progressive che il regime garantirà. Meglio però non alzare certi veli, non rappresentare le squallide cucine annerite dalla combustione del carbone, le misere pietanze che avevano però il pregio di essere accessibili con i loro prezzi modesti a tutti. Non si moriva più di fame e per il momento questo bastava. Con la perestroika di Gorbaciov, l’evoluzione e il cammino verso la libertà di espressione si compie anche e ancora oggi tuttavia un larvato culto dell’uomo al potere trattiene critiche aperte a Putin, per non trovarsi confinato fra il gelo della Siberia, eterna minaccia ancora efficace.

Alefbet si rivela una mostra intrigante, una pittura dal retroterra colto che discende anche dalla teoria dell’immagine del mondo di Heidegger, che Bruskin proietta nel trascendente. Comunque un rebus complicato di difficile decifrazione, e per questo stimolante e nuova. Non si abbia fretta, dopo uno sguardo attento ravvicinato, ci si allontani a guardare le opere in prospettiva per cogliervi il significato nascosto ma non inaccessibile.

La mostra è promossa dal Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) di Ca’ Foscari, ed è curata da Giuseppe Barbieri e da Silvia Burini in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia. Catalogo Terra Ferma, con saggi di Evgenij Barabanov, Giuseppe Barbieri, Grisha Bruskin, Silvia Burini, Boris Groys, Michail Jampolskij.