“HEROS” DI BRUNO MERLE

Il cinema delle sensazioni, tra fiction e sperimentazione

Semaine Internationale de la critique
Pierre Foret è comico, ed è questo il suo dramma. Ed è anche il suo mestiere.

Pierre Foret, il protagonista di Heros, film d’apertura della 46esima edizione della Settimana Internazionale della critica, vorrebbe che il mondo piangesse, invece di ridere sempre. Forse perché il suo mestiere è proprio questo: far ridere le persone. Prima che il sipario si alzi, lui fa il suo show, riscalda e anima il pubblico. A compito terminato, gli schermi si illuminano e le vere star fanno il loro ingresso. Come Clovis Costa, il cantante rock che Pierre idolatra, a cui vorrebbe assomigliare e che, invece, riesce solo ad imitare.
Ai titoli di testa seguono le corte e movimentate inquadrature dello show di Pierre, mentre racconta una barzelletta di cattivo gusto e fa applaudire il pubblico col solo movimento della sua mano. Lo stile del film si fa già presente: il montaggio frammentato, la fotografia saturata, i rumori amplificati, i passaggi netti dal frastuono al silenzio. Quello di Merle è un cinema delle sensazioni, un cinema sensazionale.

La forma del film sfiora i limiti dello sperimentale, tra maestranza formale e variazione di stili. Ma il regista Bruno Merle ammette di essere fiero di far parte di una generazione che ha visto la lunga tradizione del cinema classico coesistere accanto alla televisione e alle nuove tecnologie. Entrambi i lati della regia cinematografica lo affascinano: egli stesso cita Requiem for a dream di Aronofosky dove, a uno stile estremamente sperimentale, si accosta una regia classica, quando la la diegesi ha il suo naturale sopravvento sulla forma.
La maggior parte del film si svolge in uno spazio chiuso, quello della stanza dove Pierre tiene sequestrata la sua star prefita, Clovis Costa. Le quattro mura non impongono, però, una messinscena teatrale. La macchina da presa è sempre in movimento.
Del cinema di Merle, la critica francese usa il sostantivo del “contre-emploi”, dell’utilizzo al contrario, rispetto al solito, di alcuni elementi (sostantivo, peraltro, rinnegato dal regista). Tra questi gli attori: il protagonista Michael Youn, musicista glorificato dalla popolarità televisiva; e il “classico” Patrik Chesnais, tra i grandi attori della tradizione cinematografica francese, qui nelle vesti di rocker invecchiato e brontolone.

La storia di un film si costruisce nella testa, secondo il processo creativo del regista Merle, e non su un foglio bianco. Una volta maturato il progetto, succede una prima e una seconda fase di scrittura.
Ma la trama non ne è che un elemento secondario, se non un mero espediente per un trattamento estetico dell’immagine. Qui, l’ispirazione ai classici della settima arte, è esplicitata nel film stesso. The king of comedy di Scorsese raccontava di un trentenne celibe (Rupert Pumpkin), fan schizofrenico della star Jerry Langford, vedette degli show televisivi. Anche lì, il punto culminante del film era il sequestro della star.
Contraiamente a Scorese, nel film di Merle la narrazione si destruttura progressivamente: delle questioni si pongono per essere risolte solo più tardi, lasciando lo spettatore nel dubbio. La finzione, inoltre, s’infrage di continuo, specialmente nei passaggi in cui Pierre si appella direttamente al regista, chiedendogli di tagliar corto e di evitare di filmare l’emozione in diretta. O altri in cui gli chiede cosa desideri veramente per il suo film e Bruno Merle risponde “la pellicola”.

Titolo: Heros
Regia: Bruno Merle
Paese: Francia
Anno: 2007
Produzione: Les films du Requin
Distribuzione: Shellac
Interpreti: Michael Youn, Clovis Costa, Kackie Berroyer, Elodie Bouchez