I Capuleti e i Montecchi a Venezia escono dal quadro in un simpatico zapping di suggestioni da “Notte dei musei”

La direzione di Omer Meir Wellber consegna al pubblico un’esaltante lettura dell’opera

Sembra rientrare per metà in un’importante operazione di valorizzazione delle opere storiche rappresentate in prima assoluta nel teatro veneziano e per metà nel bisogno di riformulare il repertorio includendo lavori ancora oggi poco rappresentati, l’iniziativa avviata da qualche tempo dal Teatro La Fenice. Si giustifica così l’inserimento in cartellone de I Capuleti e i Montecchi, opera che ha forse come unico pregio, certo è difficile scrivere di getto in appena un mese di tempo, di esser servito come filtro stilistico ai lavori successivi di Bellini che di diritto ricoprono uno spazio all’interno dei cartelloni dei teatri. Così la cura per le distese melodie trova il perfetto equilibrio dopo aver lisciato la ruvidità di eccessive fioriture che in quest’opera ancora ostacolano la fluidità della narrazione, mettendo in difficoltà un cast vocale – il secondo – che non si presenta affatto in gran forma. Per non parlare dell’ardita realizzazione vocale di Romeo: vittima di un pericoloso gioco di travestimenti, grazie al quale è riuscito ad entrare furtivamente in contatto con l’amata Giulietta, il compositore gli cuce la tanto temuta parte da mezzosoprano che anche in questa occasione non lo ha risparmiato.

Simpatica e deliziosa la realizzazione scenica di Alessandro Camera che, assieme alla regia di Arnaud Bernard, ha disposto l’opera in un simpatico zapping di suggestioni da “notte al museo”: l’andirivieni degli operai impegnati nell’allestimento di uno spazio espositivo che accompagnano le parti strumentali si alterna alla narrazione che rivive il suo dramma per mezzo di uno squarcio sul dipinto. Incuriosisce come una così fresca lettura scenica dell’opera, leggermente contestata forse da una manciata di tenaci melomani, abbia lasciato trasparire una duplice lettura di genere nel rapporto tra Romeo e Giulietta. Benché Bernard non sembra sottoporsi al vaglio di una ricercata autenticità, il suo contributo registico soccorre generosamente ai molti sbandamenti formali ed interpretativi dell’opera. Pur non presentando innovative elaborazioni armonico strumentali, Omeir Meir Wellber consegna un’esaltante lettura dell’opera capace di sottolineare con straordinaria intelligenza e ricchezza sonorità appassionanti quanto travolgenti. Il direttore catalizza alla sua bacchetta l’intera fiducia dell’orchestra della Fenice che risponde abbandonandosi totalmente al suo respiro sia nei momenti d’insieme che nei preziosi soli strumentali di corno e clarinetto.