I DIECI COMANDAMENTI/7
Carlo Sini, docente di Filosofia Teoretica all’Università Statale di Milano, e Arnaldo Colasanti, docente di Poesia Italiana del Novecento, si sono incontrati giovedì 20 marzo per discutere e dialogare attorno al comandamento “Non desiderare la donna degli altri”.
Come è avvenuto spesso in queste serate i vari interventi non hano affrontato l’argomento da un punto di vista esclusivamente religioso ma hanno piuttosto colto l’occasione per una riflessione di più ampio respiro in grado di parlare dell’essere umano in quanto tale.
E Carlo Sini ha infatti affrontato il tema da una prospettiva storico-antropologica lontano dalla questione biblica.
Nucleo di partenza del suo pensiero è quell’essere donna d’altri. Perché la donna è d’altri?
Nelle culture primitive si considerava la donna come sacra in quanto colei che dall’ Invisibile (l’utero) riusciva creare il Visibile (la prole). Si pensava che questo dipendesse da eventi naturali, ad esempio i cicli lunari, e che non avesse a che fare in alcun modo con l’uomo.
Nel momento in cui ci si rese conto che a generare la vita contribuiva anche l’uomo, l’attenzione si spostò sulla figura maschile e la donna divenne sua succedanea.
Ed è in questo contesto che assume significato questo comandamento: ad ogni uomo appartiene una ed una sola donna perché attraverso di lei egli sconfigge la morte (i figli rappresentano la continuazione della sua vita) e manifesta il suo potere di generare la vita. Nonostante sia la donna a portare a termine il processo è l’uomo a darne l’impulso.
Si assiste cosi ad un passaggio dalla sacralità della vita (nella società matriarcale) alla sua profanazione: la donna di fatto è considerata merce di scambio in quanto non viene desiderata in quanto sé stessa ma in quanto fonte di autorità e prestigio per l’uomo. La donna è sempre d’altri perchè è sempre di qualcuno, è qualcosa da possedere.
A questa bramosia di possesso che comporta solo violenza Platone nella Repubblica oppone l’utopia della società perfetta: questa è possibile solo abolendo la proprietà privata (dellle donne, dei figli e delle cose).
È solo non avendo “nulla da perdere” che si incontra l’altro perchè egli non rappresenta più una minaccia per le “nostre cose”(basti pensare all’homo homini lupus di Hobbes).
Ma questa è appunto un’utopia.
In conclusione di intervento e sollecitato da una domanda dal pubblico la riflessione di Sini si sposta dall’ambito più circoscritto della donna all’ambito più ampio della “roba d’altri”: la follia del possedere è il demonio che oggi ci conduce.
Si deve rendere equilibrato il rapporto avere-essere perché noi, a differenza di ciò che crediamo, non siamo ciò che abbiamo ma molto di più.
E questo comandamento non deve essere tanto meno pensato come un semplice precetto morale, ricorda Colasanti, perché esprime un pensiero radicale: l’Amore come atto di rivoluzione contro il Potere. Qui ad essere condannata è la tracotanza del desiderio dell’uomo (e non il desiderio in quanto tale) che si crede onnipotente perché pensa di poter desiderare tutto ciò che più gli piace.
Da prospettive e presupposti decisamente diversi le conclusioni sono le stesse: l’uomo deve essere umile e misurare le proprie passioni per non cadere in un desiderio sfrenato e fine a sé stesso alimento solo di odio e violenza.
Per info chorus venezia