I PIU NOTI SCALATORI AL TRENTO FILM FESTIVAL

Umiltà alpinistiche

Una rara sequenza di scalatori ad altissimo livello internazionale ci ha offerto il 54^ Trento film Festival all’auditorium di S. Chiara. Più che alla inbarazzata e volutamente modesta esposizione delle loro imprese, le miracolose virtù della loro arte alpinistica sono state affidate alle immagini dei cortometraggi.

Presenza preziosa, la giovane torinese Anna Torretta, una delle più rinomate ghiacciatrici, vice campionessa del mondo in carica, unica donna iscritta alla prestigiosa Società delle guide di Courmayer. “Bivacco fisso a quota 2000” è stato l’oggetto della sua tesi di laurea discussa alla facoltà d’architettura torinese. La Torretta ha aperto vie di misto (ghiaccio- roccia) e artificiali. E’ lei che ha fondato a Innsbruch una scuola di alpinismo per sole donne per capire come mai in parete se ne vedono così poche. Vuole tuttavia ospitare nella sua scuola anche i bambini.
Parla delle sue imprese compiute in ogni parte del mondo dall’Asia all’Europa, alle Americhe. Tratteggia particolarmente la sua ascensione solitaria in una cascata di ghiaccio
canadese: una salita di 500 metri – nel 2002 – compiuta in sei giorni con cinque bivacchi.

Brioso e punzecchiante l’intervento, con cadenza tipicamente altoatesina, del pusterese Christoph Hainz che candidamente dichiara essere il lavoro di aprire nuove vie sulla roccia pura molto più eccitante che armeggiare, come faceva lui, sotto le macchine. Ha fatto precedere la sua esposizione da un documentario mozzafiato in cui lo si vede piroettare nel vuoto in passaggi acrobatici. Racconta, come si trattasse di una passeggiata, l’impresa della sua nuova via di Donnafugata aperta nel 2004 alla Torre Trieste nel gruppo Civetta. Una via irripetuta in cui per otto giorni ha sofferto l’insoffribile, dando ulteriore testimonianza della sua fenomenale agilità di angelo della roccia. Termina la sua testimonianza con una pausa lirica: il Civetta fa spalancare il cuore e tutti i migliori sentimenti.

Una avventura portata agli estremi su terreni vergini (in cui anche l’orina viene portata via) ce la racconta in francese Nizza Jannick Graziani: la salita al Chomolozzo (7790 metri) situato nel Tibet, collocato tra i due 8000 francesi del Makalu. C’erano tonnellate di neve, il tormento di otto giorni di alta quota, l’essere messi di fronte a situazioni di vita o di morte, costretti nelle pause in tendine non affatto confortevoli dal peso di un chilo. Conquistò la cima assieme ai suoi compagni tra una tempesta infernale.

Elio Orlandi, battezzato rocciatore tra le cime del Brenta, opta alpinisticamente per la sua Patagonia sin dal 1983. Ci tiene non alla esaltazione delle sue imprese, ma alla sottolineatura dei valori umani, dell’amicizia, della solidarietà; virtù che si cementano soprattutto tra le bellezze delle altitudini e nelle sofferenze delle arrampicate. Narra la sua conquista del Fitz Roy (Patagonia) tra il vento incessante, scariche di neve e granito liscio. Raggiunge la vetta con i suoi compagni di cordata senza sponsor e senza le sirene satellitari.
Non si perde in polemiche Ermanno Salvaterra, guida alpina e rocciatore di Pinzolo, primatista mondiale di velocià acrobatica. Rivale del campigliese Cesare Maestri, lungi dal contestarlo, lo loda nell’esposizione della sua spedizione alla conquista del Cerro Torre, parete Est-Nord Ovest (Patagonia), avvenuta il 13 novembre 2005 alle undici e mezza di sera. Narra di aver scelto dopo mille difficoltà (il Cerro Torre fa paura) due compagni di salita, Alessandro Beltrame e Rolando Garibotti, quest’ultimo residente in Argentina. Quella di Salvaterra è una ulteriore testimonianza di modestia e di forza interiore di alta idealità: nelle sue parole solo laudatività verso i compagni. Le immagini che fa scorrere sono un inno ai pericoli estremi da lui affrontati con mirabile arte alpinistica.