IL CINEMA RITROVA I MILLE VOLTI DI CASSAVETES

Nella sua sesta giornata, il Cinema Ritrovato ha presentato il restauro del film del 1968, “Faces”, di John Cassavetes.
Ad introdurre la proiezione l’attore Ben Gazzara, che girò con Cassavetes alcuni capolavori memorabili come “Mariti”, “Assassinio di un allibratore cinese” e “La sera della prima”.

Qual è la molla che fa scattare le azioni del film? Non ci sono traiettorie predefinite, ma la storia segue il corso della vita comune, con i suoi vicoli ciechi, le sue impossibili e imprevedibili deviazioni. La costruzione della storia è volutamente debole, perché tutto lo spazio, narrativo e visivo, è occupato dalla passione del volto. Volto come oggetto, sentimento-cosa, correlativo–oggettivo dell’insicurezza.
I protagonisti si aggirano come sprovveduti, privi della bussola dell’uomo integrato, sono dei disadattati. Cassavetes ne rovescia i discorsi, poiché la molla che agisce sul meccanismo del film è quella invisibile celata dietro le risate isteriche delle coppie in crisi: brevi litigi che si caricano di significati enormi.

Gli stilemi del cinema di Cassavetes sono quelli del cinema-verità. La macchina da presa è incollata al volto e ondeggia tra le smorfie e le rughe delle espressioni. Non s’ispeziona nessuna ambientazione, né la casa, né il bar, né l’appartamento della squillo Gena Rowlands.
Là dove questi rimangono dei luoghi privi di qualsiasi connotazione, il volto diventa uno spazio da studiare al microscopio affinché i mutamenti d’animo e di umore siano del tutto compresi.
Ma neppure il volto, come angolo privilegiato dell’affetto, subisce un trattamento di favore. Esso è sempre tagliato, privo della completezza, sacrificato, analizzato nei suoi minimi trasalimenti.
Non subisce un trattamento classico. Non è un film girato in primo piano, è un film girato sul dettaglio, incollato ai particolari di un volto che si sta consumando.
Mentre il cinema americano dei primi anni Settanta studiava con la stessa attenzione di Cassavetes gli oggetti, questi rimane ancorato a un cinema antropocentrico. Anche linguisticamente Cassavetes stravolge le abitudini della costruzione di un film. Quello che sarebbe materiale per il più classico dei melodrammi, diventa nelle sue mani un oggetto frammentato, costruito con la camera a mano, dilatato.
In Faces il montaggio non è più tale, non monta nulla, ma smonta l’inquadratura.

Il volto disfa lo spazio, astraendosi dalle coordinate spazio-temporali, mostrando il moto impetuoso dell’insoddisfazione. I suoi film senza storia sono densi di eventi, cercano il grado zero delle emozioni che non sono per niente legate allo sviluppo di un plot ben definito.
La mappa dell’andatura del film dovrebbe essere affidata a un sismografo: le frustrazioni esplodono all’improvviso ma l’aria che si respira è sempre malsana.
L’emblema del precipizio delle emozioni a cui assistiamo sbalorditi, è dato dall’uso straniante della filastrocca, della battuta, del gioco della barzelletta. La risata esorcizza la gravità, la pesantezza e lo scollamento con la realtà; è una risata malsana che trasfigura il volto irrigidendolo nella cupezza di un’angoscia.
L’uso antiretorico della macchina da presa è lo strumento principale per impostare la propria rottura con il cinema classico. L’improvvisazione dell’attore nel processo di costruzione del testo mira allo straniamento. Ma Cassavetes è un cineasta umanista e con il suo cinema segna un vuoto ideologico che è un precipizio della ragione.

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