“IL LAVORO RENDE LIBERI” DI TONI SERVILLO

Sei personaggi in fuga d’autore

Le due pieces che compongono lo spettacolo (“Scandisk” e “Defrag”) prendono il titolo da due funzioni del computer. Lo Scandisk setaccia il disco alla ricerca di errori mentre il Defrag riordina i files memorizzati

Toni Servillo ha avuto il grande merito di unire due testi teatrali nei contenuti molto diversi ma accomunati da uno stile asciutto e diretto. L’attore e regista campano giustifica questo incontro letterario dicendo: “Vorrei proseguire una ricerca su testi italiani che vedono in primo piano i rapporti familiari e sullo sfondo momenti di transizione sociale, fasi storiche, luoghi geografici in movimento dove il linguaggio è uno dei primi testimoni del cambiamento e di ciò che accade dentro, nell’intimo dei personaggi”. L’autore di entrambi gli atti è Vitaliano Trevisan già apprezzato come narratore (“I quindicimila passi”) e come interprete e sceneggiatore cinematografico (in “Primo Amore” di Matteo Garrone).

Nella prima parte dello spettacolo, tre giovani operai del Nord-est italiano progettano un colpo che potrebbe cambiare la loro vita. Nella seconda, invece, abbiamo tre donne (madre e due figlie) che ripercorrono i momenti della loro vita. La madre ha sposato il marito per la gioielleria per poi scappare dall’amante. Le ragazze si sono unite a uno scrittore e a un pittore ma non si capisce bene in base a quali affinità sono avvenute queste unioni. Una sensazione superficiale ci spinge a credere che i matrimoni siano finiti soprattutto per un’innata impossibilità di comunicare. Ora vivono tutte e tre prive di quell’amore che, probabilmente, non hanno mai voluto, appagate unicamente dei loro beni materiali. La grande distanza che esiste tra i personaggi del primo e del secondo momento scenico non deve spaventare o spiazzare chi vede lo spettacolo. Ognuno dei caratteri raffigurati contribuisce a riempire dei vuoti lasciati ora dall’uno, ora dall’altro con l’intento di base di trasmettere una visione d’insieme decisamente complementare.

Che cosa apparenta, dunque, due testi legati a situazioni che paiono lontane? Lo stile, in primo luogo, fondato su una scrittura pressoché minimalista, capace di farci riflettere su temi di interesse collettivo partendo unicamente da minuti frammenti di realtà. E poi l’ambiente, che è quel Nord-est in cui vive l’autore assurto a modello di una vorticosa trasformazione sociale ed economica, dove le più sottili sfumature del linguaggio bastano a evocare panorami di grettezza umana, di esclusiva attenzione a interessi egoistici, di squassante eclisse dei valori.

Si osservino con tenerezza mista a ripugnanza, le sei figure in fondo colpevoli di seguire con un’ostinazione quasi infantile miti, mode, tic del loro tempo. Un tempo che le ha strappate da ciò che erano senza farle però diventare qualcosa d’altro. Meglio o peggio non importa, ma qualcosa. Trevisan è bravo a esprimere questo smarrimento per accenni, per tocchi rapidi, senza mai voler dire più di quanto dice, e Servillo lo porta in scena con una grande leggerezza.
Di notevole livello le interpretazioni femminili.

IL LAVORO RENDE LIBERI – Teatro di Roma, Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Teatri Uniti; di Vitaliano Trevisan;“Scandisk” – con Salvatore Cantalupo, Beppe Casales, Matteo Cremon, Denis Fasolo; “Defrag” – con Anna Bonaiuto, Michela Cescon, Bruna Rossi; scene di Toni Servillo, Daniele Spisa; costumi di Ortensia De Francesco; luci di Pasquale Mari; suono di Daghi Rondanini; regista assistente Francesco Saponaro; regia di Toni Servillo