Vincitore al Festival di Pesaro, il documentario di Simone Bitton vuole essere una riflessione sul conflitto israeliano-palestinese. Si tratta di un viaggio lungo quella linea di confine che divide i due popoli. L’edificazione della struttura in cemento armato e filo spinato che a fine lavori arriverà a costare diversi milioni di dollari per Km quadrato.
E’ necessario specificare, fin dall’inizio, come la regista Bitton abbia una doppia identità. E’ nata in Marocco in una famiglia ebrea tradizionale che parlava in arabo tra i componenti più adulti e in francese con i figli. Quando la sua famiglia si è trasferita a Gerusalemme nel 1966, Simone ha imparato l’ebraico molto velocemente, continuando però a leggere in francese e cantare in arabo. Da allora ha vissuto tra Parigi e Gerusalemme e visita il Marocco ogni volta che ne ha l’occasione. Si sente ebrea e nello stesso tempo araba e questo lo considera un grande vantaggio in un mondo dove milioni di persone sono apolidi. La genetica e le componenti culturali hanno, forse, permesso alla regista di avere una visione equidistante sulla questione israelo-palestinese.
La regista decide di girare il documentario una sera dell’estate 2002 mentre guarda all’interno di un notiziario televisivo le prime immagini della costruzione del muro o meglio della barriera di protezione che Sharon vuole con il fine di rendere impossibile il passaggio non autorizzato dei palestinesi in territorio israeliano. Oltre alle critiche che si registrano per l’ingente spesa e, soprattutto, per un’opera che non risolve la problematica della sicurezza in Israele (ma bensì spacca la società), l’occhio della regista si sofferma soprattutto sul significato politico che il muro sta a rappresentare: la sopraffazione del popolo Israeliano su quello Palestinese, la decisione, più volte condannata dagli organismi internazionali, di edificarlo in quei territori non riconosciuti dalle Nazioni Unite, e però compresi nell’invasione israeliana del 1967 della Cisgiordania e di una parte di Gerusalemme. Il Ministero della Difesa Israeliano disse che questa recinzione di ferro sarebbe stata la soluzione definitiva per i problemi di sicurezza del Paese. L’esclamazione della regista è stata pronta ed immediata: “Ecco sono impazziti!”.
Anche durante la conferenza stampa di presentazione del film, la Bitton dimostra di possedere una lucidità che si riflette nella narrazione dei fatti e nelle interviste realizzate. Ampia risulta essere la documentazione di opinioni e testimonianze variegate tra i membri dell’esercito, della politica e della società civile.
In primo piano rimane, comunque, la dubbia l’utilità e il valore etico di questo muro. Vedendo il filmato si ha, effettivamente, l’impressione che la costruzione della barriera stia separando sempre più il territorio israeliano-palestinese e distruggendo uno dei paesi più suggestivi del mondo. E’ l’emblema della sconfitta del dialogo e dell’impotenza delle voci che si sollevano contro la segregazione dei due popoli, così condannati al silenzio.
Titolo originale: Mur
Nazione: Francia, Israele
Anno: 2004
Genere: Documentario
Durata: 96′
Regia: Simone BittonProduzione: Ciné-Sud Promotion, Arna Productions, Centre National de la Cinématographie, TV5
Distribuzione: Lucky Red






