Iggy Pop e The Stooges in concerto ad Azzano Decimo

Iggy still rockin'

La cornice: quattro mila persone assiepate sotto il palco con un caldo torrido che incombe dall’alto, dal basso, da destra e da sinistra senza lasciare scampo a nessuno, manzi a petto nudo che grondano sudore da far schifo e che ti si strusciano addosso lasciandoti sulla pelle il caldo strascico del loro entusiasmo, sigarette, birra e quant‘altro, insomma nel bene e nel male un concerto rock qualsiasi.

Si sentono accenti di tutte le parti d’Italia (e d‘Europa), ma si ha la netta sensazione che qualcuno sia venuto – vista l’euforia collettiva che urla il suo nome – più che altro per la fama da vecchio pirata di Iggy, per la sua reputazione da rockettaro che ha fatto un patto con il diavolo e non per la reale importanza degli Stooges, ma questa, forse, è solo un’ impressione. Il quadro, invece, consiste in un’opera pop composta da cinque elementi attempati ma ancora in gambissima che sono in grado di sputare Musica per un’ora e mezza (solo verso la fine, una pausa di un paio di minuti) praticamente senza interruzioni. E quel quadro è la storia della musica rock.

Qualche critico (a ragion veduta), quel gruppo, l’ha definito proto-punk, ed effettivamente, se ci si immagina la scena statunitense (e quindi, di riflesso, mondiale) della fine degli anni sessanta, come non si potrebbero definire ‘punk’ un pazzo di poco più di vent’anni che, ai concerti, si lacera le braccia o si rasa le sopracciglia in vestaglia da notte o un altro che si agghinda da gerarca nazista brandendo un coltello a serra manico (Ron Asheton, R.I.P.)? A livello musicale, poi, se, quelli di 1969 e No Fun, non erano i semi del punk, che poi sarebbe esploso qualche anno più tardi…!

Ci sono Scott Asheton, lo storico batterista della band, Steve Mackay (il sassofono da Fun House in poi), James Williamson (chitarra su Raw Power), l’immenso, eccelso e affascinante Mike Watt (una vita passata a suonare quello che lui chiama ‘thud staff’ – basso – con gruppi fondamentali come i Minutemen e interessanti come i Firehose e a collaborare praticamente con tutti i più importanti musicisti della scena indie rock americana, da Thurston Moore a J Mascis fino a Dave Grohl, uno che ha fatto dei tour estenuanti in compagnia dei Black Flag, che ha fatto uscire, con la sua minuscola etichetta, la New Alliance, dei dischi di piccolo quanto inestimabile valore come Milo goes to College dei Descendents o Land Speed Record degli Husker Du, che, in pieno stile D.I.Y. si vantava di registrare e suonare con mezzi fortuiti a spese bassisime – we jam econo disse in un‘intervista del 1985 – negli Stooges dalla reunion del 2003) e, naturalmente, Iggy Pop, il quale non ha bisogno di nessun tipo di presentazione.

E’ lui a caricare il pubblico: la maglietta gli resta addosso per non più di un minuto, e poi ecco i suoi famosissimi muscoli, magri e tesi quasi allo spasmo, le sue vene dure come l’acciaio, i suoi addominali da vecchia tartaruga, il suo culetto che sbanda a destra e a sinistra e quelle esili gambette da cerbiatto maledetto che, tutti assieme, si muovono e contribuiscono alla leggenda. E ti viene da ridere, perché dal vivo è proprio come lo vedi sui DVD o su Youtube, un sessantenne che ha energia da vendere e piscerebbe ancora in testa a buona parte dei cantanti da Mtv, di quarant’anni più giovani.

La giostra inizia il suo giro con Raw Power – per la serie: beccatevi questa, subito! – e poi va avanti, in ordine sparso, con i vari Fun House, I Wanna Be Your Dog, No Fun, Gimme Dangerous, Shake Appeal (e qui succede che il quadro chieda alla cornice di mischiarsi, di salire sul palco a ballare e fare festa), Search & Destroy (Wow!). Il basso di Watt – lui è reduce da un’infortunio ad un ginocchio ed entra zoppicando, speriamo si rimetta presto! – da al ritmo quel non so che di funkeggiante che rende il tutto più gradevole, la chitarra di Williamson è scarna, secca ma al tempo stesso, in un paio di assoli vibranti, decisamente virtuosa, la batteria di Asheton è… quella degli Stooges, quella il cui ritmo, con il primo omonimo album, ha sconvolto il rock americano e che con Raw Power ha aperto le porte di un mondo, il sassofono di Mackay si intromette con piacere anche là dove originariamente non c’era (I Wanna Be Your Dog e No Fun su tutti) e – porca miseria se ci sta – e, infine, la voce del vecchio Iggy è ancora notevole, meravigliosamente roca e aggressiva, in una parola sublime.

Ed è lui che, quando il quadro non ha più niente da dire e la cornice si sta per staccare dalla parete, pone la parola fine alla serata, uscendo zoppicando (i postumi di uno stage dive), frustando il palco, con la cintura in bocca e i pantaloni quasi abbassati, guardando tutti con uno sguardo infuocato. Still rockin’ after all these decades.