Il Lago dei cigni di Dada Masilo e la gioia dell’amore gay

Se al principe Siegfried non piacciono le principesse

«Se vedo un altro lago dei cigni, li sparo tutti». È così che Gianandrea Poesio, il noto critico di danza toscano (ma londinese d’adozione), commentava la scorsa Primavera la mancanza di originalità nel balletto dei nostri tempi. Solo rivisitazioni dei titoli più famosi, per andare sul sicuro.
-“ Il Lago dei Cigni ” poi, l’abbiamo visto in tutte le salse. Dai tempi di Petipa e Ivanov ne sono volati a migliaia, sui palchi di tutto il mondo, riveduti e corretti. Da quelli tutti al maschile di Mats Ek passando per la versione parodistica dei Trockadero, ne abbiamo viste di tutte le piume, e ne abbiamo anche le ali piene.

-Sarà pregiudizievole, ma è con questo spirito che ho reagito alla notizia che il Ravello Festival 2013 avrebbe ospitato l’ennesimo “Lago”.
-Col senno di poi, sono felice di poter affermare che il pregiudizio non mi impedisce mai di voler “toccare con mano”, anzi con gli occhi. Perché il Dada Masilo’s Swan Lake è un piccolo gioiello da far conoscere al mondo.
-Dimenticate algide danzatrici vestite di bianco, tutte perfettamente uguali, e scordate languidi sguardi di amanti tormentati dalla sfortuna. Ma non pensate, per reazione, di trovarvi di fronte ad una pretestuosa versione alternativa che, pur di stupire a tutti i costi, rovesci i canoni senza motivazioni.

-Dada Masilo è una giovane ed energica ballerina e coreografa sudafricana che, semplicemente, immerge il suo lavoro nel contesto sociale e culturale a lei più vicino. E il risultato è rivoluzionario.
Sul palco senza alcun elemento scenografico, sono tutti in tutù, uomini e donne. L’unico in pantaloni, ma faremo la sua conoscenza più tardi, è il principe Siegfried. Un maestrino con tanto di bacchetta, che indossa una giacca a vento grigia e rosa shocking sul piatto di veli bianchi, spiega (in inglese) ciò che i “non ballettomani” di solito percepiscono dei balletti, prendendo spunto da un articolo del giornalista Paul Jeggins.
-In buona sostanza: lui ama lei, ma qualcosa impedisce ai due di incontrarsi e vedersi nonostante siano separati da pochi centimetri di palco. Alle ballerine di fila tocca accontentarsi dei maschietti tutti uguali, perché il “top boy” è solo della “top girl”. Quando lui compie la più spettacolare presa in aria della ragazza, si capisce che è si è giunti alla fine. Un po’ come il momento dell’ostia in chiesa: si sa che sta arrivando “la Messa è finita”.

-Tutti d’accordo? Certo che sì. Ma nell’idea di Dada, il cliché sarà presto rovesciato. Già, perché, il Siegfried della Masilo è gay, e della principessa selezionata dai suoi genitori per celebrare un reale e fastoso matrimonio non vuole proprio saperne. Ha occhi solo per uno statuario e virile cigno, ed è anche ricambiato, con il quale danza mostrando il più profondo e dei sentimenti.
La cosa non verrà presa bene da sudditi e parenti. Disapprovazione e vergogna si abbatteranno sul povero principino che vorrebbe solo vivere in pace il suo amore. Dovrà invece fare i conti con i sensi di colpa che proverà sia per i genitori che per la prescelta, abbandonata per un altro.

-La coreografia? Un mix di danza popolare sudafricana unita ad uno stile contemporaneo unico, che qua e là pare ispirarsi a Cunningham ma anche ai musical di Bob Fosse. I veli bianchi dei rigidi tutù si muovono a tempo nei movimenti ancheggianti, richiamando più delle paperelle che dei regali cigni, perché il messaggio della Masilo vuole essere più che dissacrante. Energia a fiumi, soprattutto nelle potenti gambe che non sono imprigionate dai collant.

-Il finale? Struggente. I piatti cedono il posto a lunghe gonne nere, ma leggerissime. Via le acconciature, le teste rasate sono in bella mostra, e sono tutti a torso nudo, donne e uomini. Non ci sono più differenze di genere, ma solo corpi che danzano, amano e, con un lungo abbraccio, si perdonano.

-La musica non è più targata solo Pëtr Il’ič Čajkovskij, del quale risuonano solo gli stralci più famosi. Ci sono anche Steve Reich, René Avenant, Camille Saint-Saëns e Arvo Pärt. Le percussioni sono accompagnate dallo sbattere dei piedi dei danzatori, rigorosamente scalzi. Nei momenti di silenzio, la location di Ravello (il Belvedere di Villa Rufolo) gioca le sue carte migliori, accompagnando i movimenti con il rumore del vento e delle onde del mare.

-Il risultato è coinvolgente e allo stesso tempo toccante, un’ora di spettacolo vola (è proprio il caso di dirlo) in un soffio.
Certo, come tutta la buona satira, se non si conosce il riferimento originale, nel nostro caso il serioso “Lago” d’ottocentesca memoria, non si può godere a pieno del reinterpretato. Dunque, sempre di rivisitazione si tratta. Ma in questo caso, va bene così.

http://www.ravellofestival.com/