Il SI più atteso dal teatro

Wellber sempre più corteggiato alla Fenice

Della vivace dinamicità produttiva che caratterizza l’attività del Teatro La Fenice, l’elemento che più sta emergendo da questa fitta trama di irrefrenabile vitalità è rappresentato dalla sempre minor presenza nel cartellone del direttore stabile. Febbraio a parte, Diego Matheuz sembra non comparire più nella programmazione del teatro. Tra i nomi che si stanno alternando, uno in particolare risulta essere il vincitore, almeno per numero di presenze, del palcoscenico veneziano. Accolto da tutti con entusiasmo ed affetto, Omer Meir Wellber si trova proprio in questi giorni impegnato a pieno ritmo nelle recite del Don Pasquale di Donizetti e La Traviata di Verdi oltre alla direzione del concerto sinfonico che lo ha visto a capo della Filarmonica del teatro lo scorso lunedì. Per chi gli riconosce l’esclusiva abilità di burattinaio nel far bilanciare al meglio, dal basso della buca, le singole componenti del teatro musicale, nella veste di sinfonista colpisce quello sconfinato bisogno di alimentare costantemente il naturale fulgore dell’essenza del suono. Così sin dal suo inizio, l’ouverture dell’Euryanthe di Weber asseconda il piglio del direttore riversandolo appieno nella vitalità d’apertura per poi raccogliersi nell’organizzata concentrazione della parte centrale. Oltre ad aprire l’intero programma, il lavoro di Weber è servito in qualche modo a scaldare i muscoli in vista de La mort de Cléopatre di Berlioz completamente strutturata dall’unione di una straripante fantasia timbrica a soluzioni armoniche troppo ardite per meritarsi l’ambito Prix de Rome. Straordinaria l’interpretazione della terza sinfonia di Brahms nella quale Wellber ha saputo elevare al massimo lo spirito cameristico racchiuso nel cuore dell’opera e che si pone alla base delle dense entità orchestrali che fluttuano all’interno dell’Andante, dell’intima natura del contrappunto timbrico del Poco allegretto, fino all’irruenza del finale. Il suo gesto non smette mai di partecipare all’esecuzione assecondando l’intervento delle singole voci attente ad edificare il tutto orchestrale, riuscendo a consegnare al pubblico esecuzioni brillanti e appassionanti sotto ogni aspetto. Non c’è più alcun dubbio dunque sulle ragioni del lungo corteggiamento avviato dal teatro nei confronti del direttore. Se La Fenice riuscirà a conquistarlo, non sarà di sicuro facile per Wellber rassicurare un pubblico facile alla critica, conservando l’energia che lo contraddistingue sul terreno della stabilità produttiva e probabilmente della progettualità a lungo termine: accetterà la sfida?