giovedì, Ottobre 15, 2026
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“Il muro” intervista a Simon Bitton

Un film sull'eterno conflitto israelo-palestinese

Presentiamo qui di seguito alcuni passi della conferenza stampa seguita alla proiezione dell’anteprima romana di “Il Muro” della regista Simone Bitton

A chi le chiede se sia stato difficoltoso girare il suo documentario Simone Bitton risponde infastidita: “ non voglio dimenticare che sono una privilegiata, io posso entrare ed uscire dai territori quando voglio. Posso prendere l’aereo e arrivare a Roma. La difficoltà, non dimentichiamolo, è di chi è costretto a vivere in quei posti non potendone uscire”.

La regista di origini ebraiche, nata in Marocco, ha studiato alla prestigiosa IDHEC, la scuola francese di cinema e parla correttamente tre lingue. Continua a ripetere, incalzata dalle domande dei giornalisti, che la sua è “un opera di amore e di dolore nei confronti di quelle popolazioni, divise da una barriera oscena, da una separazione oscena”.

Già la sua biografia sembra essere sufficiente a giustificare il suo odio per le differenze e le separazioni. Ribadisce subito dopo: “E’ vero, io mi sento sia araba che israeliana e anche per questo ho voluto realizzare questo film, un film d’amore e di tristezza. In cui ho ascoltato tante persone, privilegiando, più che le opinioni politiche, il loro dolore”.

Qualcuno dalla sala chiede se siano stati tolti tutti gli interventi a favore della costruzione del muro. “Durante la lavorazione del film – risponde – il muro era ancora un progetto, qualcosa da realizzare. Ed era normale allora trovare molti israeliani a favore della sua costruzione.

Ma quando tutto ciò è avvenuto davvero la gente si è resa conto dell’oscenità a cui assisteva, della sua totale inutilità”. Assistendo alla proiezione, ci si rende effettivamente conto di come ognuno degli intervistati sia contrario alla barriera: “E’ solo uno spreco di soldi”, dichiara un operaio cisgiordano che contribuisce proprio alla sua costruzione, chiedendo di non venire ripreso per non essere riconosciuto dall’Olp. Subito dopo anche un colono ebreo afferma: “E’ uno spreco di soldi e verrà comunque aggirato. Così facendo noi andiamo a Gaza e magari uccidiamo i loro figli, e loro vengono qui ad uccidere i nostri”.

A chi le chiede come interpretare il film la regista risponde che “Gli spettatori non sono pagine bianche, sanno molte cose su questo muro, su questa guerra. Ognuno possiede una propria memoria storica. Io ho la mia. E non ho voluto in alcun modo dare una mia lettura. Ognuno di voi è libero di interpretarlo a suo modo, di dargli un significato preciso che, però, non coinciderà necessariamente col mio”. E insiste: “Ovunque i deboli vogliono contestare i muri che vengono eretti per tenerli fuori, e ovunque i potenti hanno paura di ritrovarsi al posto dei deboli. Come se la felicità si potesse ottenere solo a costo di privarne gli altri, o di isolarli. A volte i potenti sono così spaventati dai deboli che fanno qualsiasi cosa per giustificare le loro paure e trasformare i deboli in una vera minaccia”.

L’idea del muro, spiega, è venuta guardandone le immagini in televisione, accrescendo in lei la voglia di parlare e raccontare agli altri quello che stava accadendo: “quello che mi piace è vedere che, dopo la proiezione del film, – nei dibattiti successivi – la gente quasi si dimentica di me e comincia a conversare fra loro. Tutto ciò è bellissimo.”

E in questo inferno c’è chi riesce a mettersi in contatto con i vicini solo tramite le videocamere, che permettono di parlare e vedersi. Gaza è quasi inaccessibile da fuori. Tanto che l’idea della regista è stata di collegarsi con un suo amico psichiatra proprio tramite videoconferenza.
Il film è un atto di resistenza: “Uno dei personaggi del mio film, dice: quando le persone sono disperate restano in silenzio. Io non sono disperato, sto lottando. Io la penso come lui. Quando dispererò di ogni speranza, il che non è impossibile, visto come vanno le cose, smetterò di fare film sul Medio Oriente”.

Ma la speranza c’è ancora. Nell’umanità della gente, nella voglia di arrivare prima o poi ad una soluzione, ad una pacifica e comune convivenza. Nonostante il muro della separazione e dell’odio.
E della sofferenza.