“Il profeta” di Jacques Audiard

Racconto crudele di una dura iniziazione alla vita

Malik El Djebena, (Tahar Rahim) è un delinquente diciannovenne condannato a sei anni di prigione. Dapprima ricattato e poi messo al servizio di un padrino corso (Niels Arestrup), Malik entrerà definitivamente nella spirale del crimine.
Da ragazzo spaesato e vulnerabile che era, all’entrata nel carcere, rivela doti insospettate, dopo aver imparato la dura lezione del suo ambiente.
Inizierà a sua volta, a gestire traffici di droga, rapimenti e crimini vari, dentro e fuori le mura della prigione, grazie alla libertà vigilata, concessagli grazie all’intervento del suo boss protettore.
Le sue capacità di previsione, e tutte le esperienze acquisite in cella permetteranno la sua ascesa nei ranghi più alti della malavita.

Jacques Audiard, aveva già impressionato il pubblico qualche anno fa, con i notevoli Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore, e ad ogni nuovo appuntamento sembra voler rincarare la dose, presentando un percorso di sviluppo artistico in continua crescita.
Si può considerare uno dei registi più significativi del momento, lucido interprete, senza reticenze, delle angosce e delle tensioni esistenziali contemporanee.

La sua ultima fatica, Il profeta, insignito meritatamente del Grand prix al 62esimo festival di Cannes oltre ad aver fatto piazza pulita di premi ai Cesar 2009, è la storia di una crudele iniziazione alla vita che ha luogo in un carcere, dove il protagonista imparerà come “stare al mondo”.
Non tutti hanno la fortuna di avere una buona educazione, ed un ambiente salubre in cui crescere, ma ciò che importa alla fine è spuntarla, anche se si tratta, paradossalmente, di “realizzarsi” come gangster. E’ esattamente ciò che si vede in questo film. Audiard con uno sguardo amorale, sa fare luce in modo chiaro sulle motivazioni del personaggio, che da un iniziale lotta per la sopravvivenza, alla fine non può che “maturare” secondo i canoni di quella che, purtroppo, è stata la sua “scuola di vita”, ovvero la mala-vita presente all’interno del carcere, della quale viene fatta una vera e proprio fenomenologia.

Sembra di ritornare ai tempi d’oro del Scorsese di Mean Streets, con meno cinefilia, e più sociologia, essendo i personaggi ricchi di sfumature, e lontani da nette cesure tra bene e male, umanissimi nelle loro scelte (anche le più feroci) di uomini posti in condizioni limite, e per questo specchio di ognuno di noi.
Cos’è che rende Malik consapevole di quel che potrebbe essere il suo destino? Il primo delitto. La lezione è: “uccidi o sarai ucciso”. Un rito di iniziazione con il quale incontra il rapporto diretto, faccia a faccia, con la morte. Osserviamo infatti che Reyeb, la vittima dell’omicidio che Malik è costretto a commettere, perché a sua volta minacciato dal padrino corso della prigione, non lo lascerà più, diventando la memoria fantasmatica, di quella prima atroce efferatezza. Questo bizzarro “angelo custode” darà a Malik, una possibilità di salvezza per il futuro grazie alle sue apparizioni e premonizioni oniriche; proprio a lui, che ad ogni domanda sul suo avvenire si ritrova sempre senza risposta.
E’ noto che l’esperienza di avvicinamento alla morte, acuisca nell’individuo la sensibilità verso di essa accentuandone alcune facoltà; nel nostro caso aumenta l’abilità nella previsione (o preveggenza). Basti pensare agli oracoli dei poemi antichi, i quali avevano alle spalle vicende di questo tipo. Questa “visionarietà della morte”, renderà possibile la rapida ascesa di Malik, da umile lacchè sottomesso e umiliato ad astuto ed efficiente imprenditore del crimine.

Il profeta, è molto più che un semplice polar carcerario, ma un tagliente e disincantato saggio sui rituali di formazione, in cui si muore un po’, per poter crescere.
Potrebbe sembrare assurdo parlare di formazione in una storia che ha per oggetto la nascita di un criminale, ma non dimentichiamo che i facili moralismi, talvolta ci allontanano dal capire il dramma di chi non ha via di scampo, e non può in nessuno modo secondo ipotesi verosimili, uscire dalla sua condizione.
Nel dirci questo Audiard è semplicemente sublime, ricordandoci che il naturalismo francese non è passato invano, ed ha allievi anche a distanza di più di un secolo e mezzo.
Il genere polar, infatti avrebbe potuto essere l’alibi per distillare alcuni tòpoi classici, e nonostante il plot possa sembrare arcinoto, i punti focali del film risultano essere le minuziose ed ampie descrizioni dell’ambiente carcerario, riproduzione in dimensioni ristrette della intera società, tra corruzione dei poteri istituzionali, in affari con i poteri illegali, capimafia rinchiusi che fanno il bello ed il cattivo tempo, e lotte tribali per il territorio fra i detenuti.

Audiard inoltre dimostra una disinvoltura piuttosto sorprendente sul piano estetico, con un tipo di ripresa dinamica, ritmo intenso e climax ben serviti, dando prova di essere uno di quei pochi registi che ancora riflettono sul senso di ogni singola inquadratura. Niente è lasciato al caso.
Quel che ne emerge è una “visione” infiammata ed angosciosa, che vuole cogliere l’incessante scorrere della vita, da tante prospettive diverse, sviscerare la realtà per comprendere l’incontenibile energia che la muove. Quell’energia oscura che è poi la rabbia e l’inquietudine di tutti i protagonisti audiardiani, smarriti in un mondo senza punti di riferimento, a cui rispondono con cieca violenza, soffocando i loro timidi desideri positivi, come testimoniano appunto gli incerti tentativi d’ istruzione che Malik accenna nella scuola della galera.
Il Profeta è un gioiello consigliato a tutti coloro cha amano, all’uscita dalle sale, trovarsi spiazzati da nuovi fertili interrogativi.

Titolo originale: Un prophète
Nazione: Francia
Anno: 2009
Genere: Drammatico
Durata: 150′
Regia: Jacques Audiard
Cast: Alaa Oumouzoune, Niels Arestrup, Gilles Cohen, Adel Bencherif, Tahar Rahim, Salem Kali, Niels Arestrup, Reda Kateb, Sonia Hell, Jean-Philippe Ricci
Produzione: Chic Films, BIM Distribuzione, Why Not Productions
Distribuzione: Bim
Data di uscita: Cannes 2009
19 Marzo 2010 (cinema)