Il programma di Corto Cortissimo

62. mostra internazionale d'arte cinematografica

Tre programmi competitivi, due di eventi speciali e un film fuori concorso, per un totale di 34 titoli. Sono i numeri di Corto Cortissimo, la sezione della 62ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica dedicata al “cinema breve”, che si presenta con tutte le carte in regola per diventare uno dei momenti salienti del festival veneziano. Osservatorio privilegiato sui nuovi talenti del cinema a venire, ma anche crocevia di linguaggi, tendenze e temi elaborati attraverso sguardi inconsueti e non convenzionali, la selezione di cortometraggi curata da Stefano Martina si propone anche quest’anno assai variegata, oltre che più compatta sul piano della programmazione.

Dall’8 al 10 settembre, tra PalaGalileo e Sala Volpi si avvicenderanno cortometraggi provenienti da 21 paesi, firmati da esordienti assoluti come da registi già navigati, intenti a sperimentare formule narrative più aggiornate e “irregolari”; da allievi di scuole di cinema ma anche da esperti filmmaker di diversa estrazione, qui alla loro prima regia. Per non parlare dei “cortisti” già collaudati, o dei “figli (e nipoti) d’arte”…

Uniti da una comune e a tratti febbrile ricerca di codici espressivi dotati di autenticità e rigore, i film in competizione – che si contenderanno il Leone Citröen-Corto Cortissimo per il miglior cortometraggio e il Prix UIP, destinato invece al miglior corto europeo – sono stati scelti tra oltre 800 corti visionati, privilegiando i lavori di fiction e di animazione fino a 30 minuti di durata. Benché selezionati senza alcuna intenzione di costruire percorsi di fruizione rigidamente prestabiliti su base tematica o di genere, prevalgono – con poche eccezioni – le storie drammatiche, o comunque intrise di forti contrasti. Si tratta spesso di racconti legati ad un’attualità reinterpretata con vigore, come il conflitto israelo-palestinese, visto con sguardo lucido e partecipe al tempo stesso dall’israeliano Leon Prudovsky in Layla afel, o le “morti bianche” dell’ottima opera prima di Valerio Mastandrea Trevirgolaottantasette (prodotto da Raul Bova, sceneggiato con Daniele Vicari e interpretato da Elio Germano e Jasmine Trinca), fino alla provocatoria rivisitazione in 3D della tragedia delle Torri Gemelle proposta dal francese Edouard Salier in Flesh. O anche – ma in chiave più intimista – di vicende ispirate ad una cronaca più o meno indirettamente autobiografica o famigliare: è il caso di Au petit matin di Xavier Gens, il secondo film francese in concorso, e di The Glass Beads di Angeles Woo, figlia di John

Altrove, la realtà – se non il realismo stesso – è invece superata, o perfino trasfigurata, attraverso la poesia (l’ungherese/belga Ballada di Marcell Iványi, ispirato al quadro di Pellizza da Volpedo “Il quarto stato”), una fantascienza al confine con la vita quotidiana (il surreale The Mechanicals, dell’australiano Leon Ford, oppure il solido e corale Giorno 122 di Fulvio Ottaviano, frammento di un più ampio progetto di epopea post-apocalittica), la sofisticata manipolazione di una fonte letteraria (è il caso dell’asciutto ed elittico Butterflies di Max Jacoby, tratto da un racconto di Ian McEwan), l’alterazione spazio-temporale del racconto (A Case of You, film compresso dall’inglese Jack Davies in un sobrio e avvincente piano-sequenza di 18 minuti), la falsificazione documentaristica (il surriscaldato mockumentary britannico Tube Poker, di Simon Levene, ma anche il docu-fiction Let Our Days Be Long, sorta di “Spoon River” georgiano firmato da Georgy Paradzhanov, nipote del compianto Sergey), la memoria (113 di Jason Brandenberg, dalla Svizzera), la pittura (Come on Strange, animazione della tedesca Gabriela Gruber). E infine la musica, intesa sia come “istigatrice” di ritmo narrativo che come sensuale materia viva, seducente e fatale, qual è il tango in La apertura, dell’anglo-bosniaca Duska Zagorac.

C’è poi una pattuglia di cortometraggi che in maniera del tutto casuale, e con angolazioni talvolta dure, si riunisce invece attorno al tema comune dell’handicap nelle sue diverse declinazioni. Alla disabilità fisica più o meno congenita, a quella mentale, o ad entrambe contemporaneamente, fanno infatti capo film come il grottesco Happy Birthday del coreano HONG Jun-won (un padre nano costringe il figlio a crescere a forza in altezza), lo struggente A rapariga da mão morta del portoghese Alberto Seixas Santos (già in concorso a Venezia con i lungometraggi Gestos e fragmentos nel 1982 e Mal nel ’99, con i suoi 66 anni è il decano dei registi di Corto Cortissimo), il delicato e minimalista Small Station del taiwanese Lin Chien Ping, il paradossale e kafkiano P.E.O.Z. del greco Christo Petrou (al suo risveglio, un ragazzo si accorge di non avere più il pene…), il gelido e straniato resoconto del delirio di un’anoressica in Contracuerpo dello spagnolo Eduardo Chapero-Jackson (già produttore associato di The Others e Il mare dentro di Alejandro Amenábar) e, infine, l’aspro cortometraggio belga Rien d’insoluble di Xavier Seron, la cui crudeltà – imprigionata a stento in un aggressivo bianco e nero – evoca lontane reminiscenze bellocchiane.

Chiudere i tre programmi della selezione ufficiale è invece compito di A Glauber para Jirges di André Ristum, presentato fuori concorso. Attraverso lettere e filmati inediti, il documentario ricostruisce con affetto l’intenso rapporto d’amicizia e di lavoro tra Glauber Rocha e Jirges Ristum durante gli anni ’70, tra Roma e il Brasile, rendendo omaggio ai protagonisti di un periodo storico e di un cinema mai dimenticati. Firmato dal figlio di Jirges, il film è montato invece da Erik Rocha, uno dei tre eredi del grande regista brasiliano scomparso nel 1981.

A completare il quadro di Corto Cortissimo, gli Eventi Speciali posti a corollario della sezione competitiva suggeriscono, al contrario del concorso, percorsi e chiavi di lettura del tutto autonomi e indipendenti. Nell’evento intitolato Incroci, la letteratura e il teatro s’intrecciano in modo spesso imprevedibile con il cinema (o il video), a volte assecondando, altre volte contraddicendo linguaggi già sperimentati, ma sempre nel tentativo di aggiungere qualcosa di nuovo al già detto e al già fatto. Un sottile legame affiora in controluce tra l’”hollywoodiano” Five Minutes, Mr. Welles, prima regia di Vincent D’Onofrio (ben noto interprete di Full Metal Jacket e, più di recente, di The Cell), La trama di Amleto di Salvatore Chiosi e Naufragi di Don Chisciotte di Dominick Tambasco, che insieme tracciano un triangolo ideale ai cui vertici si pongono Shakespeare, Cervantes e Orson Welles.

Serrato corpo a corpo verbale tra il regista di Quarto potere e la sua assistente durante una pausa delle riprese de Il terzo uomo, il film di D’Onofrio descrive un Welles-attore in crisi di fronte al copione di un film altrui e, al tempo stesso, un Welles-regista in ansia per il progetto del suo Otello, per il quale è alla disperata ricerca di finanziamenti. Nel film di Chiosi, Luca Bastianelli recita con sorvegliata energia un monologo ritrovato – vero? apocrifo? molto “wellesiano”, comunque – che s’immagina inaugurasse le prime rappresentazioni della tragedia del Principe di Danimarca. Tambasco, dal canto suo, prende spunto da una sintesi teatrale (firmata da Massimo Bavasco) che attualizza il capolavoro di Cervantes, e affida le avventure del “cavaliere dalla trista figura” e del suo scudiero Sancho Panza – trasformati in due reduci dalla clinica psichiatrica – alla sfrontata interpretazione vernacolare di Paolo Sassanelli e Manrico Gammarota.

Fuori dal “tracciato” Welles-Shakespeare-Cervantes si pone invece Compleanno, quarto e ultimo titolo di Incroci, con il quale Sandro Dionisio rende omaggio – assieme alle interpreti Giovanna Mezzogiorno e Piera Degli Esposti – alla scrittrice Maria Teresa Di Lascia, militante radicale e fondatrice della lega contro la pena di morte “Nessuno tocchi Caino”, scomparsa prematuramente nel 1994, poco dopo il successo editoriale del suo primo romanzo Passaggio in ombra.

Tra Europa e Medio Oriente, il secondo Evento speciale in programma, raduna tre punti di vista sul dialogo multiculturale tra le due sponde del Mediterraneo, assai diversi tra loro per stile, sensibilità e scelte narrative. Si tratta di De quelle couleur sont les murs de votre appartement? del regista greco Timon Koulmasis, di Diaspora della palestinese Ula Tabari e del documentario Quelques miettes pour les oiseaux, diretto dal franco-algerino Nassim Amaouche. Selezionati nell’ambito di un concorso a tema per sceneggiature indetto dalla Evens Foundation, i film sono stati realizzati in coproduzione con la Giordania.

Terzo e conclusivo programma degli Eventi di Corto Cortissimo è infine quello dedicato alle Scuole di cinema, in cui sono presenti quattro lavori prodotti dal Centro Sperimentale di Cinematografia e uno della London Film School. Del primo gruppo fanno parte il saggio di diploma di Eros Achiardi Un posto libero (la “notte brava” di una madre – Pamela Villoresi – alla vigilia della separazione dal figlio) e tre esercitazioni sul tema della seduzione e dell’erotismo, realizzate sotto la supervisione di Paolo Sorrentino e riunite sotto il titolo comune Nature (sono Manichini di Marco Danieli, Al buio di Fabio Mollo e Consuelo di Carlo Pisani). L’ultimo film è invece Vado a messa, diretto da Ginevra Elkann al termine del Master in regia alla scuola di cinema di Londra.

Il 9 settembre, a margine della sezione Corto Cortissimo, verrà assegnato il Jameson Short Film Award al miglior cortometraggio italiano dell’ultimo anno, a cura dell’European Coordination of Film Festivals e di Jameson Irish Whiskey.