Incontro con Alberto Lastrucci, organizzatore Festival dei Popoli
Il cinema documentario sta cambiando, non solo in Italia. Anno dopo anno crescono l’attenzione e lo spazio che informazione, esercenti e televisioni concedono a un “certo tipo di film” che fino a una decina d’anni fa era semplicemente invisibile (eccezion fatta ovviamente per i documentari naturalistici e per i reportage di guerra). In novembre si è celebrata (il termine è più che pertinente) la quarantottesima edizione del Festival dei Popoli di Firenze che da quasi una cinquantina d’anni è stato testimone e custode costante e coraggioso del cinema documentario nazionale e internazionale. Durante le giornate del Festival abbiamo incontrato Alberto Lastrucci, uno degli organizzatori. Di seguito un estratto dell’intervista.
Le sembra che esista una differenza sostanziale tra il cinema documentario prodotto in Italia e quello che arriva dall’estero?
A.L. È sempre rischioso avventurarsi in generalizzazioni come questa. Comunque, lasciando da parte le diverse premesse economiche e culturali con le quali devono fare i conti le produzioni italiane e quelle dei paesi oltre confine, mi sembra che uno dei fattori più importanti sia il tempo. Mentre per i film prodotti in Europa (ma la stessa cosa vale un po’ per tutte le produzioni d’autore estere) il regista, l’autore del film progetta il suo lavoro prevedendo una certa quantità di tempo per avvicinare ed entrare in relazione con l’oggetto del suo film (gruppo sociale ristretto, persona singola, luogo specifico, ecc.), in Italia è idea abbastanza diffusa che si possa iniziare le riprese molto presto, anche subito dopo aver scelto un luogo o un personaggio, a volte addirittura prima di aver compiuto in modo definitivo questa scelta. C’è molta fretta di finire presto il film: il risultato è che spesso i documentari italiani sono più superficiali. Per fortuna però non è sempre così.
Per il cinema di finzione è abbastanza semplice studiare i flussi produttivi, il sorgere delle nuove leve e il tramontare delle “vecchie”. Per il cinema documentario forse non è altrettanto semplice. Ho per esempio l’impressione che manchino nuove leve di autori impegnati nel cosiddetto “documentario di creazione” (normalmente inteso come cinema documentario “puro”, né didattico-scientifico né d’intrattenimento narrativo), mentre aumentino sempre più i filmaker che si dedicano ai formati per la televisione.
A.L. Quel che dice è vero. Il documentario è ancora un mondo a parte, un cinema più a misura d’uomo. È quindi possibile che un regista esca dal nulla con un grande film per poi scomparire per anni. Ti fai l’idea che si sia fermato, che abbia smesso di lavorare, e invece, magari dopo tre, quattro anni, lo stesso regista esce con un nuovo grande film, al quale ha dedicato il tempo che riteneva necessario. La sua impressione forse deriva da questo. A me sembra che invece stiano venendo fuori nuove generazioni di documentaristi europei che hanno il coraggio e le capacità per confrontarsi con il documentario di creazione.
La bellezza del cinema documentario deriva anche dalle sue caratteristiche “anti-industriali”, a cominciare dai lunghi tempi dei documentaristi europei, per esempio.
Un’ultima curiosità. Le sembra che si possa individuare una linea dominante nel cinema documentario europeo di questi anni?
A.L. Non so se è possibile farlo. Quel che è certo è che molti dei più noti registi, e dei più grandi progetti si centrano su quella che io chiamo “introspezione familiare”: il racconto di sé, della propria famiglia, della propria storia. Basta citare L’Aimée, l’ultimo film del regista francese Desplechin presentato a Venezia, o Retour en Normandie che segna il ritorno del celebrato regista di Essere e avere, Nicolas Philibert, ma il fenomeno non è solo francese. Forse questo è un segno di una certa difficoltà di raccontare l’esterno, l’estraneo. Di andarlo a cercare e di osservarlo.