Paolo Bertotto intervista per il pubblico Marco Bellocchio in occasione della sua rassegna alla Sala Trevi-CSC a Roma, concedendo poi spazio alla stampa e al pubblico per ulteriori domande.
P.B. Qui al Centro Sperimentale di Cinematografia hai studiato per tre anni, dopo esser stato “cacciato” dalla Scuola Filodrammatica di Milano, e ti sei diplomato in regia, ora dirigi tu una scuola di cinema Bobbio, il tuo paese natale.
M.B. Si, “Fare cinema” è il corso che svolgo ogni anno per due settimane e che mi ha dato occasione di ritornare nei luoghi dove ho girato il mio primo lungometraggio, “ I pugni in tasca ” (1965).
P.B. Già a cominciare da “ I pugni in tasca ” è ben visibile una strenua ricerca dell’identità, di solito da parte di personaggi giovani ed al maschile.
M.B. Questa ossessiva ricerca e trasposizione dell’io nei miei film mi appartiene pienamente e vi è un nesso molto forte anche tra i personaggi di film diversi tra loro. Per esempio Alessandro (Lou Castel) di “ I pugni in tasca ” è molto vicino a Konstantin di “ Il gabbiano ” (1977, dal dramma teatrale di Checov) nel suo tormento interiore mentre cerca se stesso. L’Amleto shakespeariano è un altro dei modelli a cui riferirsi per confrontare questi due personaggi: il dramma nasce da un dubbio, lo stesso che attanaglia sia Alessandro che Konstantin nel loro procedere verso una decisione.
P.B. Un altro tema fondamentale è la relazione con la figura paterna, col padre: sia inteso come genitore, sia come entità ecclesiastica.
M.B. Il “piegarsi al padre” è argomento fondante anche di “ Il principe di Homburg ”(1997) tratto dal testo di Heinrich Von Kleist, oltre che di “ Nel nome del padre ” (1971). In questi film come in “ I pugni in tasca ”, il sottrarsi alle vecchie regole con la ribellione è segno di appropriazione della propria identità, sebbene non ancora definita. Inoltre in questi film come in “ L’ora di religione ” (2002) la divinità non sottrae alla disperazione, non salva l’uomo come invece affermano le gerarchie ecclesiastiche: è in questo senso anche il trasgredire agli ordini di Homburg.
P.B. A proposito di personaggi tratti da opere letterarie, tu hai tratto un film da “ Enrico IV ” di Luigi Pirandello, che si discosta nella sceneggiatura dall’originale.
M.B. Nell’“ Enrico IV ”(1984) e in “ Il principe di Homburg ” ho tagliato molto nel testo per renderli fruibili come film mentre per quanto riguarda “ Il gabbiano ” ho inserito invece gli animali impagliati, tipico elemento settentrionale. Nel testo di Pirandello il linguaggio era inoltre troppo cerebrale e vi comparivano delle parole in disuso che non potevo adoperare. La “consistenza” della realtà nel cinema è data dalle immagini che devono essere molto penetranti mentre nel teatro lo scenario fisso dà l’opportunità ai personaggi di descrivere e “consustanziare” ciò che non è reso visibile.
P.B. Il dibattito sulla psichiatria e la follia nei tuoi film è stato sempre vivo, anche e soprattutto nell’”Enrico IV”.
M.B. Enrico IV indossa una maschera, quella della follia contro la violenza e la volgarità dei mediocri, rappresentata in primis dallo psichiatra che lo ha in cura: è per questo che finge di credere alle loro rappresentazioni in costume.
Le domande che seguono sono mie.
L.B. Nei suoi film la figura femminile che traspare sembra evocare due raffigurazioni molto nette a livello culturale: una la madre santa, per esempio quella di “ I pugni in tasca ”(1965), la stessa Vergine Maria di “ Nel nome del padre ” (1971), Marta in “ Salto nel vuoto ” (1979, premiato col David di Donatello) fino a “ L’ora di religione ” (2002) in cui si rivela un sogno. Dall’altra parte abbiamo invece la meretrice selvaggia, avida di appagamento sensuale come Marushka Detmers in “ Diavolo in corpo ” (1986) e Beatrice Dalle, la strega de “ La visione del sabba ” (1988). In entrambe queste estreme personificazioni del femminile si esclude la consapevolezza della completezza fra corpo e spirito, sempre sezionati.
M.B. Esistono tre film che non mi appartengono in toto (scritti in collaborazione con lo psichiatra Massimo Fagioli, Ndr.): “ Il diavolo in corpo ”, “La condanna” (1991, premiato con l’Orso d’argento al Festival di Berlino) e “ Il sogno della farfalla ” (1994). Marushka Detmers però rappresenta una ribellione al conformismo che stava inghiottendo lei ed il suo promesso sposo, Giacomo Pulcini, terrorista pentito ed ormai risucchiato dalla mediocrità e piattezza umane come dimostra nella lettura della sua iniqua poesia mentre lei lo masturba. La contadina de “ La condanna ” è un altro personaggio femminile molto potente, come anche Chiara in “ Buongiorno notte ” (2003) che si sottrae alla cancellazione della sua identità femminile nell’ideologia. La storia d’amore fra Andrea e Giulia in “ Diavolo in corpo ” invece è di Fagioli. C’è da rilevare inoltre che il fare l’amore dell’uomo in questo film è come procreare al femminile.
L.B. A proposito della sua collaborazione con Fagioli e l’influenza che la sua analisi collettiva ha avuto su di lei ed i suoi film: ricordo che “ Il diavolo in corpo ” è stato espressamente dedicato allo psichiatra, la scena del coito nella cella dei terroristi “irriducibili” come si colloca?
M.B. Quella è una scena mia: è un vero e proprio atto di rabbia e di rivolta verso la società annullante e disumanizzante, ed è tratto da un episodio realmente accaduto.Vorrei sottolineare poi che all’interno dell’esperienza con Fagioli vige la libertà più assoluta e che è stata artisticamente rilevante perché ho trovato con lui risposte che altrove non scorgevo. Per me Fagioli è stato determinante nella ricerca delle immagini interiori che si innestano nel tessuto filmico.
Paolo Bertotto riprende le domande.
P.B. Tu hai cominciato come pittore, ed alcune tue opere compaiono in “ L’ora di religione ”. Ce ne vuoi parlare?
M.B. E’ vero, ma ad un certo punto ho sentito dentro di me come pericolosa l’esperienza solipsistica della pittura mentre il fare cinema mi conduceva ad un confronto con gli altri “passando dall’immagine immobile del quadro all’immagine in movimento della ripresa”.
Dal pubblico. Suo figlio Piergiorgio ha preso una strada diversa dalla sua con “ Radio West ”, cosa ne pensa?
M.B. Che è libero di fare le sue scelte e di sopportarne anche le conseguenze: deve attrezzarsi anche alle frustrazioni.
Pubblico. In “ L’ora di religione ” si fa un uso della bestemmia molto forte: come lo spiega?
M.B. Il fratello di Ernesto Picciafuoco (il protagonista del film, Sergio Castellitto, Ndr.) rinchiuso in manicomio bestemmia urlando in mezzo ai fratelli: Ernesto l’abbraccia, riconciliandolo con se stesso. Ecco un gesto autenticamente liberatorio contro una madre che si è limitata a dare il solo latte materiale al proprio figlio ed a sorridergli falsamente e scioccamente.
Pubblico. Nel suo ultimo film, “Buongiorno notte” (2003) uscito a Venezia la scorsa estate, lei ha analizzato da un punto di vista intimista e femminile, (Chiara interpretata da Maya Sansa, Ndr.), il dramma del caso Moro. Ha letto il libro di Flamini (Sergio Flamini, “Il mio sangue ricadrà su di loro. Gli scritti di Moro prigioniero delle BR. edito da Kaos nel 1997, pp. 418, € 20, Ndr.) sul possibile coinvolgimento dei servizi segreti nell’assassinio di Moro?
M.B. Ho letto il libro sulla possibilità che chi ha ucciso Moro siano stati infiltrati nelle BR. Il mio film si incentrava soprattutto sull’anaffettività dei brigatisti rispetto al coinvolgimento emotivo di Chiara e della classe politica che non si è preoccupata abbastanza di Moro. La scena ripresa alla tv del Papa che dice “rilasciate Moro senza condizioni” e su cui Andreotti si è arrabbiato molto, significava che per Moro non c’era possibilità di salvezza, che l’avrebbero ammazzato comunque, che i brigatisti dovevano ucciderlo.
P.B. So che stai lavorando ad un nuovo film: qualche informazione in proposito?
M.B. Non uso parlare dei film in lavorazione. In ogni caso è un film sul matrimonio, anzi, contro il matrimonio (ride, Ndr.). Naturalmente sto scherzando.
Regista piacentino, esordisce alla mostra cinematografica di Venezia nel ’65 con “I pugni in tasca”. Le tematiche politiche e sociali relative alla violenza delle istituzioni e della famiglia vengono affrontate in numerosi altri suoi films tra cui “Nel nome del padre” (1971) e “Matti da slegare” (1974). Nel 1977 esce “Il Gabbiano” tratto dall’opera teatrale di Checov. Dalla partecipazione di Bellocchio ai seminari dell’Analisi collettiva e dalla successiva collaborazione artistica con Fagioli nascono molti films tra cui “Salto nel vuoto” (1980) premiato con il Davide di Donatello, “Diavolo in corpo” (1986), “La condanna” (1991) premiato con l’Orso d’argento al festival di Berlino e con il Globo d’oro, il “Sogno della farfalla” (1994). Nel 1993 ha fondato la casa di produzione “Albatros”. Nel 2002 ha vinto il Premio della Giuria a Cannes con “L’ora di religione” e nel 2003 “Buongiorno notte”, a Venezia, ha conquistato il Premio Pasinetti (FNGCI) con una rilettura intimista del caso Moro.






