martedì, Agosto 11, 2026
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Incontro con Mohsen Makhmalbaf nell’ambito degli “Incontri con il cinema asiatico”

"Non esiste il realismo, ma esistono diversi modi di vedere"

Sabato 26 novembre, alla Casa del cinema di Roma, a seguito della proiezione del suo ultimo film Sesso e filosofia che verrà distribuito in Italia dalla B.I.M., si è svolto un lungo incontro col regista iraniano, notissimo all’estero soprattutto grazie a Viaggio a Kandahar, il film del 2001 che lo ha lanciato nell’Olimpo dei cineasti più noti in tutto il mondo.

A causa di un ritardo del volo, l’incontro con Makhmalbaf comincia con mezz’ora di ritardo, ma la sua biografia, singolare e interessante al pari dei suoi film (il regista ha passato quattro anni in carcere, dove ha subito ripetute torture, negli ultimi anni del regime dello Scià) convince la gran parte degli spettatori ad aspettare con fiducia l’arrivo del maestro, che irrompe improvvisamente nella sala accolto da un lungo applauso.
Un uomo minuto e magro, dal volto ossuto, dall’aspetto poco appariscente. Tutt’altra cosa quando comincia a parlare. La sua voce calma, le sue risposte intelligenti, profonde, la sua estrema disponibilità e attenzione verso tutte le domande del pubblico incantano la platea e ripagano ampliamente dell’attesa.

Makhmalbaf, che oltre ad essere uomo di cinema è anche uno scrittore, da diversi anni scrive e dirige i suoi film e racconta storie ambientate in diversi paesi dell’area mediorientale (come l’Afganistan in Viaggio a Kandahar o il Tagikistan nel Silenzio), ma anche in Turchia o in India. Anche questo ultimo film, infatti, è una storia ambientata in Tagikistan. Questa sua vocazione da “cosmopolita intelligente” è stata al centro delle prime domande.

“Il cinema fin dalla sua nascita è stata un’arte senza confini, tant’è che i film dei fratelli Lumière sono stati visti in tutto il mondo e non credo che se in un paese esiste la censura il regista debba adattarsi, chiedere permessi e aspettare, può benissimo traslocare e fare i suoi film in un altro luogo”, risponde il maestro iraniano che aggiunge: “ci sono addirittura paesi nei quali non viene prodotto neanche un film l’anno e allora perché non dare l’opportunità a un altro regista di andare lì e a raccontare i sogni e l’immaginario di quel paese. Così come abbiamo Medici senza frontiere, Giornalisti senza frontiere, possiamo avere anche “registi senza frontiere” che vanno lì e raccontano le storie dove c’è bisogno di raccontare una storia e un dolore e dove loro stessi non hanno la possibilità di farlo”.

Poi il tema dell’incontro si è spostato verso la situazione del cinema nell’Iran contemporaneo, che rappresenta uno dei fenomeni più interessanti e che da anni suscita curiosità anche all’estero. “Prima della rivoluzione erano i poeti i fari dell’intellighenzia iraniana, dopo la rivoluzione questo ruolo è stato occupato dai registi”, ha dichiarato in proposito il regista iraniano, che ha raccontato un episodio curioso: un suo film, che descriveva la vita di 700.000 bambini rifugiati afgani che non potevano andare a scuola, ha costretto il governo iraniano a offrire loro un’istruzione.

Tra le curiosità degli spettatori vi è anche il funzionamento della “factory” del regista, fondatore di una casa di produzione, la Makhmalbaf Film House, nella quale sono coinvolte la moglie e le due figlie, che hanno cominciato da qualche anno a dirigere propri film e che da tempo collaborano a quelli del padre. A proposito il maestro ha raccontato che è stato piegato dalla figlia, che con la minaccia del suicidio, ha costretto il padre ad accettare il suo precoce abbandono della scuola per il set. “Quando troviamo un soggetto che ci interessa, facciamo un viaggio tutti insieme in quella zona, che potrebbe essere Afganistan o Tagikistan, e camminiamo per quelle strade, facciamo amicizia con le persone e cerchiamo con un lavoro di gruppo di sviluppare quella storia”. Come la maggior parte dei registi europei, anche Makhmalbaf non lavora su una “sceneggiatura di ferro”, quanto piuttosto su delle tracce che poi sviluppa in un secondo momento insieme agli attori, i quali non vengono scelti perché “somiglianti al personaggio”, ma che contribuiscono insieme al regista alla sua costruzione. Ogni regista della “Makhmalbaf factory” in un secondo momento personalizza il lavoro e gira secondo la sua sensibilità.