Intervento del Direttore della 64. Mostra, Marco Müller

Roma, 26 luglio 2007

In questi quattro anni, abbiamo imparato come non rinunciare a nulla: ci si impegna e poi si vede cosa succede, senza dover contare sulla Mostra (Internazionale d’Arte Cinematografica) come luogo che possa essere circoscritto come autonomo, da una parte, e su una frontiera che distingua il resto, come totalità visibile, dall’altra.

Senz’altro, c’è stato struggimento, stima per i valori portati da una piccola comunità perduta. Persino un po’ di nostalgia per le virtù di un’agguerrita falange della Cultura che si provava ad aprire varchi nel fianco di una civiltà delle culture di massa dominanti – non abbiamo certo rinnegato la condivisione tanto di intenti e aspirazioni come di gran parte del canone cinematografico che per anni quella comunità aveva difeso. Ma i luoghi del conflitto per la difesa affermativa, non meramente reattiva, del valore artistico del cinema erano, sempre e solo, gli ambiti artistico-industriali, culturali-mercantili dispiegati dal cinema. Poiché avevamo la vocazione (la volontà) d’essere piccola parte attiva dentro quegli ambiti, dovevamo intendere i rapporti di forza al loro interno, e cercare di insinuarci, portando una verità (conflittualità) del cinema in cui crediamo, esaltando nel profondo della produzione cinematografica e audiovisiva le contraddizioni ch’essa comporta.

Così che esploda su mille piani, persino sulle copertine dei rotocalchi (ma senza fare della polemica il piedistallo per rendere visibili le nostre idee). Nell’aperto della società, nessuna strategia è possibile, ci sono solo tattiche. Bisognava dunque continuare a sporcarsi le mani sul serio, era un lusso inutile pensare per conto nostro solo di notte, quando tutti i capipagina e i redattori sono grigi. Bisognava anche credere che le nuove individualità e originalità potessero ancora formarsi per assimilazione e comprensione, attraverso il confronto e il dialogo. Non dar fiducia alla vulgata che vuole che i film più belli abbiano le minori possibilità d’essere venduti e trovare spettatori (questo ci ha consentito, ad esempio, di creare le condizioni per l’impatto planetario del nostro Leone d’Oro 2006, Sanxia haoren di Jia Zhangke).

Quella contemporanea è un’epoca del cinema che non sembrerebbe più in grado di costruirsi sulla memoria di sè, la storia e le storie del cinema vengono sminuzzate nella piccola cronaca scandalosa del meccanismo del mondo. L’unica idea possibile del futuro pare sia un’estrapolazione dell’eterna immobile attualità. La Mostra ha provato a reagire a quest’assenza di memoria, a trovare rapporti immaginativi che legassero ciò che è stato a quello che dev’essere ancora possibile. A reintessere fili con il suo passato: cercando in quei 75 anni, spesi tutti dentro una Biennale d’arte e cultura, la traccia dell’imprevedibilità del futuro nel senso delle diversità di quello ch’era trascorso.

Un’evoluzione non priva di ripensamenti, errori corretti magari solo a singhiozzo, controsensi, ma in definitiva eccezionale nel suo trascrivere, sotto forma di selezioni e programmi, tutte quelle realtà visive che non avessero già appiattito le limitazioni economiche e la rigidità dei codici espressivi. Nel suo percorso, la Mostra ha annunciato, per molte delle sue edizioni (e noi siamo convinti che questo sia vero anche per il programma 2007), la possibilità di più libere scritture, di fertili contaminazioni tra i linguaggi, di confronti/scontri con il reale.

E’ lungo queste coordinate che abbiamo lavorato, con un convincimento che guarda, ascolta, dialoga ma poi divide, sceglie e si immerge infine nelle singolarità, senza mai coprirsi le spalle con l’idea. Per garantire che ogni nuova edizione fornisse una lettura in qualche modo critica dell’edizione precedente. Imparando ad utilizzare pedali diversi, a mescolare l’alto e il basso, l’esperimento e il popolare. Solo così potevamo fugare il sospetto, naturale quando si è di fronte a un istituto della società e della cultura arrivato al proprio Giubileo, che la Mostra si fosse, in tutto questo tempo, lentamente istituzionalizzata. E allontanare il rischio ch’essa fosse resa inutile tanto da una sudditanza alle strategie promozionali degli apparati dominanti di diffusione e circolazione dei film, così come da un vizio di spettacolarizzazione e autopromozione di se stessa (comune a tanti festival).

Per quest’ultima edizione di un quadriennio, ci siamo posti l’obiettivo di provare a problematizzare meglio la pertinenza e i confini del cinema contemporaneo. In un mondo dove il vero “contemporaneo” è solo la guerra (quanti film, quest’anno, sui conflitti bellici più o meno recenti…), il “contemporaneo” non è più questione di categoria o periodizzazione, e nemmeno di uno stile che possa coesistere con il “moderno”. I risultati del lavoro sismografico di quest’anno sono andati oltre le ventate di freschezza ed eccentricità, la trasgressività, negazione e sovversione artistica intese come valori, le rotture che mirano a esternare la soggettività. Ci hanno restituito qualcosa che stavolta scavalca addirittura le punte di potenza allucinatoria e i picchi immaginifici: una visione del mondo che è rivelazione e ricerca su forme e tecniche connesse ai sedimenti dell’esperienza del tempo nostro. Con essa, ci proponiamo di continuare a forzare il presente, anche se questo movimento si rivelasse in qualche modo già iscritto negli infiniti ritorni del tempo, e non portasse dunque ad alcun “progresso”. Sarà questo il risultato provvisorio del lavoro di quest’ultimo di quattro anni vissuti con impegno, emozione e passione.

Per Alberto Grifi (1938-2007) e Yang Dechang (1947-2007): anche se la verità non pare essere più cosa del nostro tempo, cercare quella del cinema è stata la vostra verità.

Foto a cura di Romina Greggio. http://www.nonsolocinema.com / http://www.archcinefoto.it/index.htm
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