Intervista a Enzo Favata

L’eclettico musicista sardo ci parla del jazz, della Sardegna, dei festival, del suo ultimo disco "The night of the storytellers"

Con la sua disponibilità e affabilità nel racconto quasi ci spiazza, per una volta è chi intervista ad avere il timore di dilungarsi.

Come vedi il jazz in Italia e la musica che tu affronti in un contesto in cui, da una parte, ci sono un circuito e un seguito ai festival che sembrano funzionare e, dall’altra, il genere viene semplicemente considerato come una moda nei locali in cui si inseriscono come sottofondo le compilation di new jazz e chill out?

Per quanto riguarda la situazione del jazz in Italia si possono usare due categorie. C’è una musica che coltiva l’aspetto della ricerca, dell’andare avanti, utilizza i materiali dal punto di vista intellettuale, con attenzione alla forma: musica con la M maiuscola. Purtroppo in questi anni si è venuta a formare una scuola generata da un accademismo un po’ distorto, anche se legato al fatto che negli ultimi vent’anni si è voluto portare il jazz nelle scuole. E’ una cosa assolutamente importante per l’avvio alla professione di un musicista, che altrimenti suonerebbe solo Bach, il problema è che i programmi sono fermi a Miles Davis nel periodo del quintetto a cui si rifanno tutti quelli che suonano New Hard Bop, tutti musicisti straordinari, ma dal punto di vista concettuale si è venuti a perdere l’espressione della ricerca, non perché la ricerca debba assolutamente esserci ma è un cibo importante affinché la musica progredisca. Quando parli dei locali devi pensare che non mettono solo dischi ma ci suonano anche dei gruppi. Sono però fermi, si sono dimenticati la new thing, il Coltrane che andava verso il free, la musica totale. Non vorrei polemizzare ma si è formato un giro di musicisti che vanno a fare piano bar e non se ne rendono conto, per cui le esigenze e le ristrettezze dei locali si sono trasferite a un gusto del jazz un po’ superficiale. Abbiamo avuto una grande regressione in Italia rispetto a ciò che era il jazz un po’ di anni fa: c’è una grande livello tecnico, ma la musica non si fa solo con la tecnica, si fa prima di tutto col cuore.

Come influiscono le nuove tecnologie (internet) per l’accesso alla musica da parte delle giovani generazioni? Da un lato l’offerta è libera e infinita, enciclopedica, dall’altro si manifestano i vecchi meccanismi di condizionamento commerciale nelle scelte.

Il jazz in questo senso è come tutti gli altri prodotti artistici: c’è qualcuno che produce e qualcuno che deve far sapere che si sta producendo. In questo periodo di maggiori possibilità di comunicazione è avvenuto un effetto estremamente complesso: c’è una filiera, che prima era più accessibile perché i meccanismi di vendita erano differenti. Se prendiamo i festival, non si basavano su chi ci sarebbe stato ma su un programma, su un percorso artistico. Oggi si è invece creato un sistema di fidelizzazione con determinati artisti, che in Italia sono comunque di ottimo livello, ma così si è sbarrata la strada ad altri, per cui coloro che hanno creato un determinato stile, un certo percorso, sono meno conosciuti di quelli che hanno copiato da loro.
I giovani non si rendono conto di questa situazione: prendono quello che gli viene proposto. Basta vedere quello che succede ai festival – questo è un fenomeno italiano, all’estero le cose cambiano – in cui si vedono sempre gli stessi nomi, tutti gli anni, e questo non fa di certo bene all’arte. Per quanto mi riguarda, fortunatamente c’è un mercato mondiale. Parlo come musicista ma anche come direttore artistico di un festival, Musica sulle bocche, in cui la gente viene e si ferma cinque giorni perché è un happening: poco importa chi c’è, sanno che la proposta musicale è di alto livello e magari scoprono qualche nuovo artista.

C’è maggiore disponibilità all’estero per avvicinarsi a generi diversi dal pop e dal rock? C’è un approccio più spontaneo alla musica etnica e popolare?

Non è vero, è un luogo comune. La gente ha sete di musica, dipende cosa gli si propone. Come ho detto recentemente a una conferenza al conservatorio di Como, per me esiste la musica che arriva e la musica che non arriva. Gli organizzatori e i promoters sono legati ad altri equilibri, seguono regole di mercato, per cui ci sono prodotti da vendere come migliori e la gente li va a vedere perché sono venduti come tali. Ma se offri altre cose, anche in Italia sono accettate e apprezzate. All’estero i promoters sono più sensibili, ma il pubblico è uguale dappertutto.
La musica cosiddetta etnica richiederebbe un lungo discorso, il jazz stesso è una musica etnica. E’ uscito adesso The night of the storytellers in trio con Marcello Peghin e Yuri Goloubev. Yuri viene da Mosca, la sua cultura è completamente metropolitana quindi non conosce la cultura popolare della Russia, ha un approccio legato alla classica e al jazz, che gli ho chiesto di portare all’interno del disco. Con Marcello siamo cresciuti musicalmente insieme, ascoltando la musica dell’ECM e guarda caso il mio prossimo lavoro uscirà proprio con questa etichetta.

Come nasce “The night of the storytellers”?

La notte dei narratori ha a che fare con l’idea di raccontare a voce bassa proprio in un’era in cui per farsi sentire bisogna urlare. Il titolo è venuto fuori durante una tournée in Marocco di due anni fa, che ho voluto fare in auto per conoscere questo posto, per certi aspetti tanto vicino alla Sardegna. Mi trovavo a Marrakesh e mi raccontavano di una piazza dei narratori, in cui la leggenda narra siano stati raccolti molti racconti del mondo arabo, confluiti in parte nelle Mille e una notte: dopo cena ci siamo andati e questo posto mi ha sconvolto. Da lontano ho visto tanti piccoli fuochi – in realtà piccole lampade da campeggio moderne – e mi ha colpito l’idea che ci fossero persone che si guadagnassero da vivere raccontando storie e persone che fossero lì per ascoltarle. Mi è sembrato bellissimo e mi ha fatto pensare a Calvino, il quale sosteneva che il racconto è guidato dall’orecchio: se non c’è nessuno che ascolta, nessuno può raccontare.
Il disco è in sostanza una serie di frammenti, di piccole storie che vengono raccontate. Per presentarlo abbiamo già fatto una tournée in dicembre e ora riprenderemo con la grossa data dell’11 aprile al Blue Note di Milano per poi fare un po’ di concerti e festival estivi.

Sì è venuto a creare una sorta di binomio tra Sardegna e jazz. C’è per te un legame tra questa musica e l’isola?

In molti, tra i più grandi d’età, si sono trasferiti; io ho cercato di rimanere in Sardegna. La fortuna dei sardi è che a suo tempo abbiamo avuto dei festival che hanno portato influenze di un certo tipo. Ci sono delle differenze rispetto alle altre regioni: noi abbiamo una cultura, siamo un popolo. Se nel Veneto ci si vuole spostare in un’ora di macchina si arriva in Friuli, con un’altra ora in Slovenia, dall’altra parte con un’ora si arriva in Svizzera: in Sardegna fai una, due, tre ore di macchina e il massimo che puoi trovare alla fine di questi giri è il mare. L’insularità è una cosa estremamente formativa nel dna di un popolo, che ha una lingua forte, una cultura forte, un senso di “stato” forte. Abbiamo avuto un popolo che ci ha detto “continuate così, ci piace quello che state facendo”; in Sardegna siamo considerati delle personalità, non passiamo inosservati, siamo un elemento di orgoglio.
Devo dire che quando ho cominciato io c’era il deserto dei Tartari: non c’erano scuole, solo qualche libro e dischi. Io avevo un fornitore di dischi da Londra: un ragazzo che veniva in vacanza ad Alghero e di pomeriggio andavamo ad ascoltare la musica da lui. Ci ha fatto conoscere i Genesis, i Led Zeppelin, poi un giorno vidi un disco in disparte e lui mi disse: «L’ho comprato ma non mi piace. E’ di un sassofonista nero che suona il soprano». Era My favorite things di John Coltrane. Avevo diciassette anni: pensa cosa mi è esploso nella testa.
In altre zone il discorso è diverso. Guarda i musicisti romani: sono uno più bravo dell’altro ma sono fermi a un concetto artistico legato al New Hard Bop. A me questa gente piace ma ho tante influenze. Ho seguito un percorso da autodidatta: ho fatto il conservatorio “da grande”, prima già suonavo. Se i ragazzi che frequentano i conservatori oggi hanno degli insegnanti aperti, gli viene fatto studiare ciò che sta nei programmi, e su questo sono d’accordo, ma gli può essere spalancato un altro mondo che può far bene alla loro arte. E poi dovrebbero fare una scuola per i promoters…