Intervista a Giuliana Musso

Teatro d'indagine: "La fabbrica dei preti"

“La fabbrica dei preti” sarà presentato il 26 agosto a Padova, nell’ambito della rassegna estiva dell’associazione culturale Carichi Sospesi. Lo spettacolo verrà ultimato entro la fine di ottobre, periodo in cui volerà in Sardegna per una serie di anteprime e poi debuttare in Veneto ai primi di novembre.

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Quali sono le motivazioni di questa nuova ricerca che affronta l’educazione sentimentale dei sacerdoti?

Non sono partita dal testo di Don Antonio Bellina, ma l’ho trovato sulla mia strada e ho deciso di usare lo stesso titolo del suo libro perché è un titolo giusto e perché io a Bellina vorrei fare un omaggio. Bellina è stato un uomo e un sacerdote straordinario. Dal suo scritto traggo alcuni brani che descrivono la vita del seminario. Sentivo la necessità di raccontare da dove veniamo, i principi che sottostavano all’educazione e che hanno fondato i valori di una società. Prima del Concilio Vaticano II i seminari erano un luogo chiuso e rigidamente organizzato, pensato e strutturato per formare uomini del sacro separati dal mondo e dai propri bisogni affettivi. Volevo indagare quel mondo perché rappresenta il drammatico paradigma della separazione tra attività intellettuale, spiritualità, corporeità e vita affettiva. Purtroppo grande parte della cultura della Chiesa pre-conciliare ha teorizzato la necessità della separatezza da queste dimensioni della persona generando danni più o meno consapevoli agli esseri umani che l’hanno vissuta. Lo spettacolo fa parte della trilogia sulla “distruttività umana”, iniziata con un personale adattamento di “Medea” di Christa Wolf e poi con “La Base”, laboratorio/indagine su una base militare U.S.A., due lavori che raccontano sempre lo stesso modello di distruttività. “La fabbrica dei preti” è un passaggio di mezzo, si riferisce ad un passato recente, traccia un legame tra il pensiero di una élite maschile anti-femminile e la tendenza distruttiva delle società fondate da tale modello di pensiero.


Qual è il percorso autorale su cui hai costruito il testo spettacolare?

La drammaturgia è un work in progress basato sulla raccolta di testimonianze dirette, lo studio di un’ampia bibliografia e una ricerca fotografica. Ho dato a volte una connotazione nordestina allo spettacolo, utilizzando una lingua madre immaginaria, un codice di accesso al linguaggio diretto e popolare. Un secondo livello del racconto riguarda la raccolta di testimonianze dirette di persone che hanno fatto esperienza degli istituti religiosi negli anni ‘50 e ’60, che sono stati ordinati sacerdoti prima del secondo Concilio Vaticano, un omaggio alla storia recente a distanza di mezzo secolo. Il linguaggio delle immagini supportato dalla scelta di brani musicali d’autore, rappresenta il terzo livello di composizione, meno narrativo e documentaristico, più poetico. Le fotografie proiettate nel corso dello spettacolo sono state raccolte attraverso un accurato lavoro di ricerca che ho compiuto insieme a Tiziana di Mario, montate in un video curato da Gigi Zilli. Alcune delle foto ci sono state donate dalle persone che ho intervistato, provengono dai loro album personali, altre sono state raccolte in archivi. Le persone di cui racconto sono personaggi teatrali, io scrivo testi che contengono elementi di più persone, un mondo di persone. Accompagnano la visione canzoni d’autore curate da Riccardo Tordoni, tra cui brani eseguiti da Mario D’Azzo, l’orchestra Maxmaber di Trieste, Daniele Silvestri.

Lo spettacolo esplora la repressione dell’affettività e affronta la pedofilia?

No, lo spettacolo non tratta di pedofilia ma ne parla come un dato della vita reale, perché purtroppo esiste. Si, invece, questo testo forse vuole solo ricordare che l’affettività fa parte dei bisogni primari degli individui, che avere imposto una separazione ossessiva dal mondo femminile, non ha sempre prodotto uomini risolti sulla scelta del celibato. Troppo spesso quel tipo di educazione salvava le regole, ma non le persone e rischiava di ridurre il cristianesimo a un insieme di norme morali. Desideravo far emergere la complessità dell’esperienza umana, rendere omaggio e onore alla vita vissuta delle persone cresciute in quella situazione. Il sacerdote è stato anche lui un ragazzino smarrito e bisognoso di affetto, ed è sempre una persona, un essere umano che come tale va compreso e rispettato.

Foto di Elena Bazzolo.