Intervista a Muta Imago in residenza tra i monti di New York

Respirare boschi e pensare al teatro (proprio, e altrui)

Lavorare di pensiero all’ombra delle Catskill, le montagne del Nord dello stato di New York, non è mica male. Paesaggi larghi, profumo di boschi, strade lunghe e vuote, tramonti e albe a 360 gradi. Si è negli Stati Uniti al ritmo delle Alpi. Il pensiero procede nel tempo naturale in cui si è immersi, e di cui si riempiono i sensi.

E contemporanemente tutto è naturale ma anche “diverso”: sarà perchè si è dall’altra parte del mondo, sarà perchè – idealmente – lavorare di concetto immersi nella pace significa anche questo “stare dall’altra parte del mondo”. Muta Imago è stata qui, per i primi dieci giorni di giugno, in residenza all’interno di The Orchard Project della Catskill Mountain Fondation, ad Hunter (NY). Residenza: ovvero un periodo di tempo riservato alla riflessione destinata alla creazione artistica. Un progetto portato avanti da The Exchange, una “off-Broadway theater company that specializes in new work”. Coraggiosi, negli Usa. Capaci di guardare al “new work” anche oversea: hanno guardato, e hanno scelto proprio loro, Muta Imago. Azzeccandoci, perchè sono una delle compagnie italiane che con costanza e rigore sta conducendo un pensiero personale sul teatro. Un pensiero che è esso stesso work in progress, che si nutre di introspezione ma anche di apertura al “di fuori”: che sia Hunter, o Teheran, o anche Mondaino. Parliamo – anzi: chattiamo via skype, che la connessione nei boschi delle Catskill è sì targata Usa, ma non funziona poi così bene – con Claudia Sorace, regista del gruppo. Del valore delle residenze, del rapporto arte-vita, della curiosità come stimolo vitale.

Claudia, l’idea di questa residenza statunitense parte da un laboratorio che verrà proposto ad ottobre all’Arboreto di Mondaino.

In effetti qui non stiamo lavorando ancora ad un vero e proprio progetto che ci porterà alla realizzazione di uno spettacolo, però stiamo cogliendo l’occasione di questa residenza tra i boschi delle Catskills per farci una serie di domande che riguardano il rapporto tra l’arte e la vita.

Un tema “ingombrante”…

Sì, ma che stiamo cercando di trattare con la leggerezza necessaria: in fondo dovrebbe essere naturale pensare questi due poli in relazione, una relazione in continua influenza reciproca.

Infatti a Mondaino farete “adottare” un artista a un cittadino.

L’idea è proprio quella di far adottare un artista da un abitante per una settimana. Starà accanto all’abitante tutto il giorno, la sera tornerà a dormire all’Arboreto.

E alle Catskill state portando avanti l’idea nata con il progetto del laboratorio…

Sì, ma in una declinazione diversa: qui stiamo attraversando una fase più personale del lavoro, meno pubblica, e ancora non con una finalità. Stiamo partendo da una semplice domanda: “Cosa fa di un uomo un uomo?”

Che poi semplice non è…

Infatti! Stiamo cercando di rispondere partendo dalle nostre singole biografie per capire quali sono stati i momenti importanti, le tappe di crescita, le esperienze.

Siete riusciti finora a trovare delle risposte, magari parziali?

Stiamo accumulando materiali per allargare la riflessione: il nostro lavoro parte sempre dal tentativo di capire qual è il momento che stiamo personalmente vivendo, qual è la nostra attuale relazione tra noi e il mondo che ci circonda. Vogliamo anche capire se il sentimento che proviamo possiamo condividerlo con il pubblico, e quindi se quello che viviamo può restituire qualcosa che chi ci vede può sentire come propria.

Qual è, se c’è, il limite nel decidere cosa si può e cosa non si può mostrare?

Credo che basti considerare i nostri spettatori e interlocutori come persone sensibili e intelligenti per decidere cosa si può porre nel dialogo che viene proposto e cosa non ha senso; magari qualcosa viene lasciato fuori perché riguarda solo noi e non ha interesse per chi ci guarda. Comunque queste riflessioni sono ancora embrionali e soprattutto sono ancora lontane dall’assumere una forma scenica.

E dalla riflessione su “cosa fa di un uomo un uomo”, qual è il vostro collegamento alla riflessione sul rapporto arte-vita?

La questione, e in questo lego anche il laboratorio di Mondaino, è capire come il teatro può, senza diventare quotidiano o televisivo, entrare in relazione con la vita che scorre fuori dalla scatola nera che si chiama teatro, dove entrano tutte le vite vissute, e come si trasformano dentro questa scatola nera. La provocazione del laboratorio parte dalla necessità di osservare, come artisti, quello che ci circonda e allo stesso tempo farci osservare da chi è lontano dal teatro. C’è una componente di necessaria fragilità che l’artista deve portare, dal momento che si deve mettere totalmente in relazione.

Quanto incide, in queste riflessioni, l’essere lì, isolati, e messi nella condizione di “poter pensare”? La residenza è un tempo di “protezione” per gli artisti proprio nel momento in cui le idee sono ancora fragili, non è indifferente poter trovare un luogo “comodo” per lavorare…

Sì, è un momento molto bello, e in questo luogo nello specifico, perché ci consente di dedicarci completamente e solamente al lavoro creativo: la sera vai a dormire con le domande che ti sei posto e la mattina sei già lì, pronto a metterle in pratica, a sperimentare.

Penso anche al fatto che in Italia la discussione sulle residenze è molto forte, sono pochi i luoghi dove farle, e ancora meno fondi…

I luoghi di residenza vanno difesi decisamente perché esprimono un’idea fondamentale: cioè che sia necessario un lungo momento di sperimentazione e di ricerca per arrivare al risultato finale. Lo spettacolo è soltanto la punta dell’iceberg, è il momento in cui il percorso fatto si relaziona ad un pubblico, ma in mezzo c’è molto lavoro, che è sempre più difficile riuscire a fare perché mancano i mezzi. I luoghi di residenza sono una grande forma di civiltà che ci difendono dall’idea che il teatro possa essere solo intrattenimento.

Mi ha molto colpito vedervi in residenza negli Usa: in generale, in un certo senso, il vostro sguardo all’estero è molto allenato, venite anche da esperienze in Iran…

Infatti, anche ora arriviamo dall’Iran, siamo stati all’Iran International Festival of University Theatre con Displace#1 La Rabbia Rossa.

Perché allora una compagnia di punta come Muta imago decide di cercare una residenza all’estero? E quale aria si respira negli Usa, sempre parlando di residenze?

In realtà la cosa che rende molto felici è che non abbiamo cercato noi questa residenza, ma ci è stata proposta. Alcune compagnie americane avevano visto il nostro lavoro e hanno parlato di noi al direttore artistico del progetto, Ari Edelson, che ha voluto coinvolgerci. L’idea di questa residenza in particolare è molto bella, perché davvero siamo liberi di lavorare senza dover restituire nulla di finito: non dobbiamo presentare studi o altro. Mentre invece è molto importante essere disponibili a dialogare con gli altri artisti coinvolti: qui ci sono anche altre compagnie e la relazione con loro, il dialogo, sono fondamentali. Abbiamo accettato di venire qui proprio per questo: perché è importante capire qual è l’idea del teatro che c’è in altri luoghi per conoscere meglio la tua.

E cosa avete capito finora?

Questo è un paese gigante, dove c’è veramente di tutto: ci sono mille declinazioni e possibilità di intendere il teatro; certamente hanno una grossa economia legata al teatro più commerciale e fanno più fatica a sostenere scelte più rischiose perché non ci sono finanziamenti pubblici, oppure ne hanno pochissimi: il finanziamento privato è la parte sostanziale.

È vero anche che lo stato di New York, dove siete in residenza, è un’isola felice…

La scena di New York sicuramente è più simile a quella europea, perché in generale New York è più simile ad una città europea che ad una città americana. Una cosa che abbiamo saputo qui è che loro hanno lezioni di teatro in tutte le scuole, lezioni prevalentemente pratiche. Noi non facciamo teatro a scuola, tranne in laboratori fuori dall’orario delle lezioni, e se all’università iniziamo a studiarlo partiamo dalla storia e dalla teoria. Loro iniziano dalla pratica: credo che sia profondamente diverso. Per noi è importante fin da subito costruire la nostra autonoma idea di teatro, ci poniamo culturalmente da subito dentro a un cammino storico e prendiamo posizioni a volte ancora prima di iniziare a fare; per gli americani il teatro è qualcosa di più naturale, e forse, mi sbilancio, di più immediato.

Cosa si porta a casa Muta Imago da questa esperienza?

Sicuramente un paesaggio meraviglioso dentro agli occhi; l’osservazione di una realtà teatrale profondamente diversa – che è molto utile, sempre -; e poi l’estrema curiosità delle persone che abbiamo incontrato. Un po’ come a Teheran, è incredibile vedere quanta fame di conoscenza ci sia intorno: credo che questa curiosità racconti una forza vitale che travalica i confini culturali e geografici e arricchisce immensamente il nostro sguardo. In qualche modo, questa curiosità che ho sentito attorno a noi risponde ad una necessità di relazione forte con la vita.

http://www.mutaimago.com
http://www.exchangenyc.org