“Io so chi sono tour 2015” degli Afterhours

Il gruppo fa tappa a Mestre

“Quando realizzerai che il potere della tua gioventù, e quel che hai fatto era un’assurdità che non potrai cambiare più, che non puoi cancellare più, allora l’onestà emergerà come un tatuaggio in faccia, niente brucerà di più, e oggi ho avuto un dono: io so chi sono”.

Manuel Agnelli passa inatteso tra il pubblico in platea illuminato da un fascio di luce prima di salire sul palco, la sua voce colpisce a bruciapelo mentre canta a cappella Io so chi sono, uno dei brani di Padania, nono album degli Afterhours, pubblicato nel 2012.

Quella del Teatro Corso di Mestre è la terzultima tappa di Io so chi sono, tour teatrale che vede gli Afterhours esibirsi in diciassette teatri italiani. Rock e teatro sono una combinazione pericolosa che spesso non convince, ma in questa occasione sembra non esserci nulla di più affascinante. Gli Afterhours ci inchiodano alle sedie di velluto e ci costringono all’ascolto, a un’attenzione sconosciuta negli stadi o nei palazzetti. Il tema della serata è l’identità, quella da costruire sulle macerie di qualcosa che abbiamo prima distrutto. Una rivoluzione individuale che ci faccia diventare ciò che siamo.

L’assunzione delle nostre responsabilità di esseri umani, l’impegno civile. ‘Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti’. Agnelli riprende Indifferenti di Antonio Gramsci nella prima lettura della serata, accompagnato dalla sola batteria di Fabio Rondanini (che ha sostituito Giorgio Prette) e dal suo ritmo ossessivo che incita alla rivoluzione. La scaletta è lunga e da Padania si fa un passo indietro nel tempo con Sulle labbra, Il sangue di Giuda, Ballata per la mia piccola iena, Baby fiducia e una versione di Place to be, pezzo di Nick Drake. Agnelli legge Pasolini, un brano tratto da Petrolio e recita i versi salmodianti tratti dall’Urlo di Allen Ginsberg, manifesto della beat generation, mentre urla anche la chitarra di Xabier Iriondo.
Moloch, divinità simbolo del capitalismo ‘Moloch i cui occhi sono mille finestre cieche! Moloch i cui grattacieli sorgono in lunghe strade come Jehovah senza fine! Moloch le cui fabbriche sognano e gracchiano nella nebbia! Moloch le cui ciminiere e antenne incoronano le città! Moloch il cui amore è petrolio e pietra senza fine! Moloch la cui anima è elettricità e banche! Moloch la cui povertà è lo spettro del genio’. La band che sfonda la quarta parete, scende in platea e in versione acustica accompagna il pubblico in Non è per sempre è uno dei momenti più apprezzati.

Emozionanti la cover di Lilac Wine di Jeff Buckley e Ci sono molti modi, eseguita da Agnelli al pianoforte. La sua voce ipnotica e densa riempie ogni spazio. Roberto Dell’Era al basso ci regala una splendida versione di Caroline Says di Lou Reed. Sono identità forti quelle dei musicisti presenti sul palco, si illuminano una ad una mentre il rock si fonde con la letteratura e la poesia e Manuel Agnelli legge un frammento tratto dal Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, di Fernando Pessoa. La sottile linea bianca, Iceberg e La terra promessa si scioglie di colpo chiudono una serata che ha mescolato rock e letteratura in nome di un’educazione a quella bellezza che, come scriveva Dostoevskij, salverà il mondo.

Info:
Manuel Agnelli (voce), Xabier Irondo (chitarre), Roberto Dell’Era (basso) e Rodrigo D’Erasmo (violino) Fabio Rondanini (batteria) e Stefano Pilia (chitarra).