James Ivory è arrivato a Milano per presentare il suo ultimo lavoro, Quella sera dorata, che sta per uscire nei nostri cinema. Il film, tratto dal libro di Peter Cameron (edito da Adelphi), ha fatto la sua soave incursione l’anno scorso alla Festa del Cinema di Roma.
Quel che è certo, è che si può parlare di uno stile Ivory, con quella sua delicatezza, fatta di fotografia patinata che evoca le pagine dei romanzi, sempre con grande rispetto per i capolavori che hanno travolto le passioni di innumerevoli lettori.
Da Forster (Camera con vista, Casa Howard) a Henry James (The golden bowl, I bostoniani, Gli europei) a Ishiguro (Quel che resta del giorno)… viene spontaneo chiedergli dove trova ogni volta l’entusiasmo per intraprendere questi viaggi dalla letteratura al cinema:
“Beh, per esempio, riguardo questo ultimo progetto, mi ha senz’altro convinto, oltre la storia, la location: il Sudamerica. Ho sempre desiderato girare un film lì. E quale occasione migliore? È stata l’idea delle Pampas, di Buenos Aires, dove abbiamo reclutato la nostra squadra di lavoro, che mi ha spinto a girare Quella sera dorata”.
James Cameron, l’autore, ha ambientato la storia di Quella sera dorata (titolo originale: The City of Your Final Destination) in Uruguay, pur non essendoci mai stato, ha tratteggiato un paesaggio ammaliante, che farebbe venire voglia di prendere il primo aereo e partire per raggiungerlo. A questo scenario di foreste e praterie, ha unito una storia deliziosa e nostalgica, con personaggi vividi, acuti, con tanto da raccontare e da dare.
Quella sera dorata segna la ventiquattreesima collaborazione della coppia più volte premiata con l’Oscar James Ivory e Ruth Prawer Jhabvala, rispettivamente regista e sceneggiatrice di titoli celeberrimi come i già citati Camera con vista, Quel che resta del giorno, Casa Howard.
Ivory è riuscito a realizzare un film molto dolce, che rispecchia il clima sbarazzino e drammatico dell’opera di Cameron.
Omar Razaghi (Omar Metwally) studia all’Università del Colorado e la sua borsa di studio dipende dalla stesura della biografia di Jules Gund, scrittore sudamericano autore di un unico, venerato romanzo. Poiché gli eredi di Gund sono contrari al progetto, Omar viene convinto dalla compagna a raggiungerli nella loro tenuta in Uruguay, per tentare di ottenerne l’approvazione. Al suo arrivo, tuttavia, troverà una serie di situazioni bizzarre e imprevedibili, ordite dagli stravaganti famigliari dello scrittore: Adam (Anthony Hopkins), il fratello cinico e raffinato, Caroline (Laura Linney), la vedova orgogliosa, e Arden (Charlotte Gainsbourg), la giovane amante che da Gund ha avuto una figlia. La presenza del ragazzo finisce per alterare il precario equilibrio della famiglia, facendo riemergere un passato di intrighi e segreti, ma è lo stesso Omar a dover ripensare la propria vita quando nasce l’amore con la bella Arden.
Parlare con James Ivory del suo lavoro è un’esperienza entusiasmante. Ivory è una persona affabile, familiare, artisticamente rilassante, che emana entusiasmo per il cinema con un solo sguardo
Mr Ivory, non ha avuto nessuna esitazione a mettersi dietro la macchina da presa per questo suo nuova trasposizione cinematografica?
“Devo dirti che qualche titubanza l’ho avuta. C’è stata qualche esitazione iniziale perché ero al lavoro con altri progetti: La contessa bianca e poi Le divorce.
Ma mentre mi trovato a una festa mi hanno messo in tasca il libro di Cameron. L’ho letto. E come l’ho finito ho subito voluto fare io il film, anche perché come ti dicevo, adoravo l’idea di poter lavorare finalmente in Sudamerica.”
Oltre all’ambientazione cosa l’ha colpita del libro di Cameron?
“Ho amato i personaggi e le situazioni in cui i personaggi si incontrano e si scontrano. Come ho finito di leggere il libro, l’ho subito dato alla mia squadra perché si mettesse subito al lavoro.”
Cosa l’ha affascinata del Sudamerica?
“Beh, mi sono sentito come a casa. La Pampas, il confine tracciato dal fiume, mi ricordava tanto il West degli Stati Uniti. E poi la gente, meravigliosa, affabile. E credo di aver riversato in questo film tutte le mie emozioni di trovarmi in un posto nuovo, che mi ha conquistato.”
Qual è il suo metodo con il suo team di lavoro?
“Ho sempre avuto la fortuna di lavorare con troupe costituite da persone valide. Anche in questo film tutti hanno sposato la causa del film, una causa comune, cosa che è necessaria per realizzare qualcosa di bello.
Fare un film significa condividere un obiettivo comune. Questo è valso per tutta la squadra.”
Che rapporto ha con gli scrittori?
“Con quelli in vita (sorride, James Ivory è un tipo che sorride spesso) ho creato una certa fiducia. Anche perché hanno visto come lavoro, hanno visto che ho sempre fatto un buon lavoro e quindi si sono fidati di me. Questo non toglie che io abbia una responsabilità nei confronti degli scrittori. E d’altra parte non è sempre semplice lavorare con loro. Spesso possono sorprendere.”
Cioè?
“Così, sai: spesso vogliono apportare dei cambiamenti. E questo crea delle tensioni. È una cosa che io non capisco. Insomma sei ha pubblicato un libro con quella storia, con quel finale, penso che lo abbia fatto perché lo riteneva perfetto. Perché dovrebbe cambiarlo?”
È successo qualcosa di simile con Peter Cameron?
“Cameron è venuto una sola volta a trovarci, tra l’altro in uno dei momenti più delicati, durante la fase del montaggio… ed era contrario alla scena finale. Voleva che si svolgesse all’inizio e che poi da quella il film si snodasse attraverso flashback. Ma per me era inaccettabile, avrebbe alterato il finale, non volevo uno sdolcinato happy ending.”
Si comportano tutti così?
“No. Pensa che Ishiguro, per citarne uno, non si è mai presentato sul set. E pensare che lui è uno che ama tantissimo il cinema. Eppure non lo abbiamo mai visto. Anzi, una volta è salito su una collina lontano dalla casa (Quel che resta del giorno), ma che dava sulla casa, ma non si è mai avvicinato al set.”
Quali sono i suoi nuovi proetti?
“Ho tre progetti in ballo. Uno per la televisione, tratto da una novella di Henry James, Il carteggio Aspern, ambientato a Venezia, ma non potrò ambientarlo nella stessa epoca voluta da James, perché la città è cambiata troppo. Allora ho pensato di ambientarlo negli Anni ’50, quando sono stato a Venezia per la prima volta.
Poi ho due progetti per il cinema: sto lavorando da molto tempo alla realizzazione del Riccardo II di Shakespeare e ad un film americano ambientato nell’Iowa.”






