Jack Palance, un duro a Cinecittà

Cinema Trevi, Roma, venerdì 16 febbraio

Walter Palahniuk, in arte Jack Palance, recentemente scomparso, è stato uno dei volti più famosi del cinema americano. Più che un volto, una maschera creata dalla mano del chirurgo plastico, che lo operò dopo l’incendio sull’aereo che egli pilotava durante la seconda guerra mondiale. Un evento tragico al quale è legata la sua fortuna: nel giro di pochi anni, negli anni Cinquanta, Palance si impose all’attenzione della critica e del pubblico in film come Il cavaliere della valle solitaria di Stevens, Il grande coltello e Prima linea di Aldrich, fino a raggiungere la maturità artistica, nel decennio successivo, con Barabba di Fleischer, Il disprezzo di Godard e I professionisti di Brooks. Con il passare degli anni la sua maschera si piegò a sfumature di (auto)ironia, consentendogli ruoli anomali (il pittore di Bagdad Café) e simpatiche caratterizzazioni (il vecchio cowboy di Scappo dalla città che gli è valso l’Oscar per il miglior attore non protagonista).
Negli anni Settanta Jack Palance lavorò spesso nel cinema italiano, in ruoli che esaltavano la sua immagine di duro senza scrupoli, sia nei western che nei polizieschi. La Cineteca Nazionale gli rende omaggio proponendo tre delle sue più significative interpretazione a Cinecittà (e dintorni).

ore 17.00
Il mercenario (1968)
Regia: Sergio Corbucci; soggetto: Franco Solinas, Giorgio Arlorio; sceneggiatura: Luciano Vincenzoni con la collaborazione di Sergio Spina, Adriano Bolzoni, S. Corbucci; interpreti: Franco Nero, Tony Musante, Jack Palance, Giovanna Ralli; origine: Italia/Spagna; durata: 105’
Paco Roman assolda il mercenario Sergei Kowalski per fare la rivoluzione. La sua donna, Columba, lo mette in guardia dal cinismo del “polacco”, mentre alle loro spalla il cattivo di turno, il ricciolo, è pronto a vendicarsi. Ottimo western all’italiana che assorbe il clima del ’68 innestando il tema della rivoluzione nella consueta corsa all’oro. Nero e Musante (in un ruolo inconsueto per lui) duettano simpaticamente, mentre Palance si concede, fin dall’inconsueto taglio di capelli, una dose di ironia. Citazione di Un tram che si chiama desiderio di Kazan, con la differenza che lo Stanley Kowalski, interpretato da Brando, odiava quando lo chiamavano polacco, mentre Franco Nero non fa una piega. E non pensa alle donne, ma solo al denaro.

ore 19.00
Vamos a matar compañeros (1970)
Regia: Sergio Corbucci; soggetto: S. Corbucci; sceneggiatura: Dino Maiuri, Massimo De Rita, Fritz Ebert, S. Corbucci; interpreti: Franco Nero, Tomas Milian, Jack Palance, Fernando Rey; origine: Italia/Spagna/Germania; durata: 121’
In Messico lo svedese Yod, un mercante d’armi, cerca di impossessarsi di un tesoro, ma è coinvolto nella rivoluzione al fianco di un gruppo di studenti. «Spaghetti-western spettacolare e di grande successo, che cerca di aggiornare il genere con riferimenti all’attualità guerrigliera e sessantottesca» (Mereghetti). Corbucci “rifà” I mercenari, sostituendo Tony Musante con Tomas Milian, dando più spessore al cattivo interpretato da Jack Palance, vero e proprio cavaliere della morte, e mutando le origini del personaggio di Franco Nero, non più polacco, ma svedese. Non cambia la filosofia: da una parte il denaro, dall’altra rivoluzione. In mezzo i nostri eroi.

ore 21.00
I padroni della città (1976)
Regia: Fernando Di Leo; soggetto: F. Di Leo; sceneggiatura: Peter Berling, F. Di Leo; interpreti: Jack Palance, Al Cliver, Harry Baer, Vittorio Caprioli, Edmund Purdom; origine: Italia/Germania; durata: 98’
«Durante la mia adolescenza lavoravo come commesso in un video-store di Santa Monica ed è stata significativa per la mia professione una delle prime cassette che ho visto: I padroni della città. Non sapevo che il film fosse italiano e neanche avevo mai sentito il nome di Fernando Di Leo: ricordo soltanto che dopo quella visione rimasi totalmente folgorato… Di Leo aveva realizzato fra le strade di Roma una storia di gangster che avrebbe potuto benissimo essere stata girata da Don Siegel: c’era la stessa grinta nella regia, la stessa secchezza dei grandi noir americani. E Jack Palance, poi, era semplicemente grandioso nella parte dello sfregiato». Parola di Quentin Tarantino.

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