“KONARMIIJA. L’ARMATA A CAVALLO” di MONI OVADIA

La Rivoluzione fallita: un'opera-manifesto contro tutte le guerre

L’Armata a Cavallo, ultimo spettacolo del celeberrimo Moni Ovadia, in scena dal 16 al 21 dicembre, ha inaugurato la stagione 2003-2004 del Teatro Toniolo di Mestre. È stata una doppia inaugurazione perché il teatro, completamente restaurato, si è offerto al pubblico senza le impalcature che lo opprimevano da oltre due anni.

L’Armata a Cavallo, spettacolo corale di enorme forza visiva e suggestione, è tratto dall’omonimo capolavoro letterario di Isaac Babel’, l’intellettuale ebreo di Odessa che partecipò in prima persona alla guerra russo-polacca del 1919-1921 come giornalista al seguito della Konarmija, la feroce cavalleria dei cosacchi rivoluzionari del generale Budennyj. Babel’, arrestato nel ’37 perché nei suoi scritti metteva in luce le contraddizioni e crudeltà della guerra e quindi della rivoluzione, morì fucilato nel ’41 in un campo di concentramento stalinista.

Ovadia riprendendo i racconti di Babel’, si interroga sul rapporto tra ebraismo e comunismo. Lo spettacolo narra le piccole vicende umane insieme tragiche e liriche che si intrecciano alla brutalità della guerra, sottolineata dal roboante rumore delle mitragliatrici; vicende come quella di Bratslavskji, il principe ebreo discendente dai grandi rabbini, che muore per la rivoluzione, vedendo in essa la realizzazione dell’uguaglianza sociale annunciata dai profeti. O come quella del rigattiere ebreo Ghedali, che vede nella rivoluzione la punizione dei persecutori polacchi.

La Konarmija però viene sconfitta, e con essa muore la rivoluzione, rappresentata simbolicamente dalla danza della ballerina ucraina Olena Skakun. La rivoluzione fallisce perché non ha tenuto conto della natura dell’uomo, troppo spesso vile, interessato, vulnerabile, che cerca di imporre i suoi ideali con la violenza, sparando sui nemici.
Frutto di quattro anni di gestazione, l’Armata a Cavallo è forse l’opera più completa di Ovadia: tra gli attori, oltre ai nove della Teatrorchestra che da sempre accompagnano le sue rappresentazioni, anche Roman Siwulak, Ilija Popov e la Skakun; essi recitano in russo e jiddish mentre Ovadia, esterno alle vicende, canta e traduce in Italiano i dialoghi dei protagonisti.

Lo spettacolo è un intreccio suggestivo di suoni, musiche, canzoni, narrazioni, danza e delle immagini filmiche curate da Maurizio Contini come “pittura in movimento”. La scenografia è superba e i costumi, trasmettono la durezza del conflitto.
Il ritmo è serrato e lo spettatore è sgomento davanti alla durezza e alla illogicità di tanta violenza; il senso che Ovadia ha impresso ha quest’opera corale è proprio il disgusto per ogni forma di violenza, a partire dall’esempio storico della guerra civile russa. Un’opera-manifesto contro la guerra, contro tutte le guerre.

“Teatro e democrazia sono la stessa cosa” dice Moni Ovadia al termine dello spettacolo. È solo grazie allo scambio culturale e all’accettazione delle diversità che i popoli potranno raggiungere la pace e convivere nel rispetto reciproco. Questo è il messaggio che lancia al suo pubblico, e ricorda anche che bisogna partire dall’Europa: dobbiamo sentirci prima di tutto europei, fratelli; solo così potremo guardare oltre. D’altronde è il fine a cui Ovadia, bulgaro di nascita, di religione ebraica e milanese d’elezione, ha sempre teso, con il suo teatro di radici e orientamenti multiculturali.

Nuova Scena – Arena del Sole – Teatro Stabile di Bologna
KONARMIJA. L’ARMATA A CAVALLO – dii Moni Ovadia (tratto da L’Armata a Cavallo di Isaac Babel’)
Regia di Moni Ovadia
Artisti: Moni Ovadia, Roman Siwulak, Ilià Popov, Olena Skakun; e la Teatrorchestra: Stefano Corradi (clarinetto/clarinetto basso), Luca Garlaschelli (contrabbasso), Janos Husur (violino), Massimo Marcer (trombe), Albert Mihai (fisarmonica), Vincenzo Pasquariello (pianoforte), Paolo Rocca (clarinetto/clarinetto basso), Marian Erban (cymbalon), Emilio Vallorani (flauti/percussioni)
Scenografie: Leonardo Scarpa
Costumi: Elisa Savi
Musiche originali e arrangiamenti: Carlo Boccadoro