Karlovy Vary: “Beats of Freedom” di Back Zew Wolności

Rock polacco

Sapevate che fin dagli anni Sessanta esiste il rock polacco? E che a suo modo ha contribuito a far cadere il comunismo? Questo documentario ce lo ricorda, facendoci anche sobbalzare sulla sedia a ritmo di punk…

Che certa musica combatta il potere è cosa certa. Ma che essa abbia in alcune occasioni storiche effettivamente aiutato degli esseri umani a rovesciare un regime cupo e oppressivo? Almeno questo è quanto cercano di dimostrare Wojciech Słota e Leszek Gnoiński con il loro trascinante Zew wolności (Beats of Freedom), documentario a metà fra la ricostruzione storico-politica ed un megaconcerto con tutti i migliori rappresentanti della musica di protesta che ha avuto a disposizione il popolo di Wojtyła…

Appunto, Wojtyła: si dice che la forte fede religiosa dei polacchi, l’ascesa del papa dell’est al soglio pontificio e la forza organizzativa del sindacato di Solidarność stiano alla base della riconquistata libertà democratica di Varsavia e dintorni. E il rock, dove lo mettiamo? Credete davvero che bastassero due preghierine e qualche sciopero nei cantieri di Danzica per spaventare Brežnev?

È stato detto più volte che il rock, con la sua forza d’urto anarchica e con la sua capacità di riunire le masse sotto un unico slancio di rottura, è di per sé un mezzo rivoluzionario ed uno strumento per richiamare l’attenzione sulle ingiustizie e sull’assenza dei diritti (“Stand up for your rights” cantava qualcuno…). Ma i due giovani registi polacchi hanno fatto ballare la sala del festival di Karlovy Vary con ottimi esempi di punk, hard rock e musica cantautoriale infarcita di testi di protesta, che, a sentir loro, hanno per lo meno aiutato le generazioni più giovani a crearsi un mondo parallelo rispetto al grigiore del regime.

Speriamo davvero che anche qualche festival italiano riproponga questo ottimo film, valido soprattutto per l’antologia da manuale di canzoni (una più bella dell’altra) che accompagnano una rapida cavalcata storica: si va dagli anni Cinquanta, quelli del più rigido stalinismo, quando appunto il “grande timoniere” sovietico fece dono a Varsavia del gigantesco e un po’ obbrobrioso Palazzo della Cultura e della Scienza, che ancora oggi troneggia nella capitale polacca ai decenni più recenti in qui la dissidenza scoprì che non solo la poesia e la politica potevano aprire una breccia nel muro del potere, ma che qualche scarica di chitarra ben assestata avrebbe pur dato una mano. Facendo quel dono ingombrante il buon Iosif Stalin non avrebbe mai immaginato che proprio lì si sarebbero a volte riuniti alcuni “dissidenti del rock’n’roll” per smuovere dalle fondamenta la sofferente società schiacciata dalla polizia e dalla censura.

Il primo autore di versi di protesta è certamente uno dei più noti cantautori di quella terra, Czesław Niemen, che nel 1967 cantava, con il suo caschetto a metà fra Mal dei Primitives e un Beatles della Vistola, l’intensa Strano è questo mondo, poi tradotta anche in inglese. Ma se questo autore e le sue canzoni hanno forse più un’importanza storica, io vi prego allora di recuperare in tutti i modi che la tecnologia da internauti ormai ci offre le registrazioni di gruppi quali TSA, Brygada Kryzys, Maanam, Kult: vedrete che nulla essi hanno da invidiare alla carica energetica e alla saggezza compositiva dell’hard rock britannico anni Settanta, o alle atmosfere dark di una Siouxsee.

Scherzi a parte, è probabile che senza i grandi avvenimenti storici che ho citato in apertura, il rock da solo avrebbe fatto ben poco contro i carri armati e la polizia segreta. Pur tuttavia, se ci si stacca un attimo dall’entusiasmo a volte un po’ eccessivo dei registi e dalla sicumera britannica del narratore che qui presta loro la sua figura di guru del giornalismo musicale (il giornalista anglo-britannico Chris Salewicz), ci rimane l’impressione nient’affatto illusoria che i vari concerti dei festival di Jarocin o di Sopot, o ancora l’epocale visita dei Rolling Stones a Varsavia nel 1967 abbiano comunque aiutato almeno le generazioni più giovani a non soffocare, dando sfogo a quella rabbia che (ricordiamolo) dopo il 1981 soffriva pure della cappa aggiuntiva della Legge Marziale. Se non proprio il rimedio, la musica di protesta è servita per un paio di decenni come palliativo, forse come placebo contro l’impossibilità espressiva. Forse addirittura, a volte, come cosciente contentino per masse oppresse dalla mancanza di beni primari quali libertà di viaggiare e di esprimere le proprie critiche in pubblico.

Ed è proprio su questo filo sottile che si muove il documentario, e dove trova probabilmente il suo punto di forza: la linea di distinzione fra il probabile permissivismo da parte del regime per tener contenti ogni tanto alcuni scapestrati e gli spazi effettivamente conquistati con un atteggiamento punk e aggressivo dagli stessi gruppi non è sempre troppo chiara e definita. Permane il dubbio, istillato dagli stessi protagonisti dell’epoca qui abbondantemente intervistati, che in fondo il regime polacco decidesse ogni tanto di permettere raduni e festival rock, anche per poterli usare come valvola di sfogo controllata, in luoghi lontani dai centri nevralgici di potere e con il coinvolgimento delle sole generazioni meno esperte e manovrabili, quelle giovani.

Pur tuttavia, quale che fosse l’effettiva ricaduta dei riff e delle jam-session contro Jaruzelski & Co., rimane l’eredità fulminante di una manciata di canzoni che dal ritmo fino ai testi (non è poi un’impresa rintracciare le traduzioni inglesi dei migliori) sono nate in un contesto di oppressione reale, e non inventato ad arte da qualche guru della pop-music d’oltreoceano nel comodo angolino della sua villa di Los Angeles. Ragion per cui la loro forza d’urto è naturalmente primaria, originale e scardinante.
Lo stalinismo è lento, la Polonia è rock!

Beats of Freedom
Colour, 35 mm
Poland, 2010, 75 min
Section: 2010: A Musical Odyssey
Director: Wojciech Słota, Leszek Gnoiński
Dir. of Photography: Dariusz Szymura, Piotr Trela
Music: Czeslaw Niemen, Tilt, Krzyzs, Brygada Kryzys, T. Love, Maanam, Kult, Republika, Lady Pank, Izrael, 1984, Siekiera, Dezerter
Editor: Wojciech Słota
Producer: Paweł Potoroczyn
Production: Adam Mickiewicz Institute
Sales: ITI Cinema
Contact: Instytut Adama Mickiewicza