sabato, Agosto 15, 2026
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Karlovy Vary: “Bells of Happiness” di Marek Šulík e Jana Bučkova

Poveri ma con una bella voce

In un fatiscente villaggetto rom all’interno della Slovacchia vivono due fan sfegatati della vecchia musica pop cecoslovacca, Mariena e Roman, il cui più grande sogno sarebbe quello di conoscere personalmente i propri idoli.

Non è facilissimo collocare questo film, che si muove a metà fra il mockumentary e l’indagine sociale (o chi sa che non ci siamo ingannati, e fosse invece tutta fiction…): in uno sperduto villaggio zigano, che sembra quasi un rimasuglio di Far West nel bel mezzo dell’Europa, vivono Roman e la cugina Mariena, ognuno circondato da ricca prole e da i ben noti problemi quotidiani di un’etnia che deve sbarcare il lunario come può. Visto che di lavoro ce n’è poco e che gli abitanti vivono come ai margini del mondo reale, tanto maggiore è la ricaduta del mezzo televisivo e dei suoi scintillanti protagonisti sulla loro fantasia, in special modo delle varianti cecoslovacche della musica nazional-popolare, ovvero l’“usignolo d’oro” Karel Gott e Dara Rolins, tanto per capirsi una sorta di Toto Cutugno e Raffaella Carrà, rispettivamente ceco e slovacca.

Soprattutto Karel Gott rappresenta una sorta di icona-kitsch della musica di Praga e dintorni, con la sua voce melliflua ed impostata, il suo savoir-faire da incallito sciupafemmine austro-ungarico, e soprattutto con la sua poco invidiabile capacità di fare soldi e raccogliere successo sotto tutti i possibili regimi politici. Della qualità della sua musica, con la quale ha probabilmente rovinato i gusti artistici di generazioni intere di cechi e slovacchi, meglio non parlare: è come se appunto Toto Cutugno miagolasse come Giò Di Tonno e al contempo gigioneggiasse come Julio Iglesias. Del resto la Repubblica Ceca (per il resto uno stupendo paese con i controfiocchi) è stata capace di offrire una nuova giovinezza artistica persino a Drupi…

Sulla base di questa figura di post-horror melodico e di una delle sue partner musicali, si basa l’approccio a metà fra l’affettuosa presa in giro e la grassa risata dell’intellettuale di città, che i due registi Marek Sulik e Jana Buckova utilizzano per il loro ritratto di un’umanità ai limiti dell’autoparodia involontaria. Possiamo infatti seguire i due accaniti appassionati nei loro tentativi di contattare i propri idoli musicali in tutti i modi affinché sappiano almeno della loro esistenza, di imitarli perfino con un clip autoprodotto dal sedicente “regista” del villaggio, e di inserirsi almeno con i propri sogni nel corso di una vita di gloria e felicità che è purtroppo a loro inevitabilmente negata.

Come potrebbero del resto due “zingari” che vivono della raccolta del ferro vecchio vivere di una vita piena e realizzata nella Slovacchia che, pur affrettandosi ad entrare nella zona Euro, ora non si trova certo in condizioni migliori della maggior parte dei suoi partner europei? Ma, da un altro punto di vista, se alle classi sociali più agiate di questa parte del vecchio continente la crisi ha tolto mordente e ha vanificato i loro sogni di rapido arricchimento post-comunista, proprio ai due sognatori dell’accampamento di capanne circondate dal fango la vita può paradossalmente sorridere, grazie a quel surplus di ingenuità e sana pazzia che li rende beatamente inconsapevoli, come “figli della Natura”. Inconsapevoli della Crisi, delle banche che falliscono e dell’impoverimento generale, ma ottimi esempi di come dei modelli televisivi di secondo rango possano far presa su degli animi gentili ed incolpevoli. Come citano giustamente i protagonisti, Anche gli zingari vanno in cielo, come recitava un film di Emil Loteanu, classico dell’Unione Sovietica che fu (1976) dedicato alla cultura Rom; e ancora, inevitabile è il raffronto con l’amore per la musica e la passionalità di certi altri “zingari felici” del Kusturica più nostalgico.

In questo brodo primordiale di voluti stereotipi e delicata ironia emergono alcune scenette esilaranti, come quando i due protagonisti inscenano dialoghi fittizi, impersonando i propri cantanti preferiti in situazioni da alta società (chissà perché, invertendo i sessi), o quando scimmiottano (con tutta la sacra serietà del caso, per carità) i videoclip di Gott e signora Rolins adocchiati sul televisore della loro baracca. Con il solo problema che invece che gli scintillanti palazzi di Praga a far loro da scenario c’è la baraccopoli con i suoi cani randagi e le reti divisorie…
Una sorta di paradossale, e a suo modo sfrontato e geniale, finto-documentario provocatorio sui metodi di deformazione della società di massa, ma soprattutto sulla necessità ed indispensabilità dei sogni.

Colour, DIGIBETA
Slovak Republic, 2012, 62 min
IP – International Premiere
Section: 2012: A Musical Odyssey
Directed by: Marek Šulík, Jana Bučka
Script: Jana Bučková, Marek Šulík
Dir. of Photography: Štefan Bučka
Editor: Peter Kotrha
Producer: Jana Belišová, Pavel Pekarčík
Production: Žudro

Starring: Mariena Mirgová, Roman Lacko, Adriana Lacková, Miro Čonka a obyvatelé osady Víťaz – Dolina / and inhabitants of the Víťaz – Dolina settlement