Karlovy Vary: “Floating Skyscrapers” di Tomasz Wasilewski

Fissando i grattacieli

Il primo film polacco a tematica gay? Anche, forse, ma soprattutto un ottimo film sull’amore e la libertà di scelta.

Nel vedere sul palco Tomasz Wasilewski a presentare il suo film ai giovani spettatori festivalieri, gli daresti diciotto, al massimo vent’anni, e probabilmente non gli affideresti neanche la tua macchinetta fotografica compatta. Invece il buon Tomasz è un signor regista, giunto già al suo secondo lungometraggio, ed è un ragazzo con personalità e coraggio da vendere. Il suo esordio (In the Bedroom, 2012) era stato denominato dalla critica polacca “il film più femminile della stagione”, e ruotava intorno alla libertà sessuale della protagonista. La libertà sessuale qui prende una piega differente, ma rimane comunque centrale.

Potremmo glissare sul facile discorsetto che questo “Grattacieli galleggianti” è il primo film gay della cattolicissima Polonia ecc. ecc. Ma invece ci marciamo volontariamente, e usiamo l’argomento per sfatare ogni semplice possibile cliché: il film potrebbe parlare anche del recente Europeo di calcio a Varsavia e Cracovia e rimarrebbe un’opera forte e delicata allo stesso tempo. Ma il fatto che senza pruderie, senza sconti morali e senza facili scorciatoie Wasilewski racconti il bivio esistenziale di un giovane polacco fra orientamento etero e omo meriterebbe un plauso per principio. Ricordiamo che certi circoli ultracattolici polacchi non hanno assolutamente nelle proprie prospettive quella di rispettare l’orientamento sessuale dei cittadini di quello stato (basta ascoltare la Radio Maryja del paese, antisemita e omofoba) e ricordare che nella vicina Russia l’omosessualità sta praticamente ridiventando un “reato”. Sarà dunque interessantissimo seguire la distribuzione e la ricezione di questa che, tematicamente parlando, è un’“opera prima”.

Fatta questa necessaria premessa torniamo al film: Kuba è un atleta che potrebbe giocarsi le sue buone chances come nuotatore professionista. Vive con la madre separata e con una fidanzata carina e un po’ parassita, che non ha alcuna intenzione di pagarsi un appartamento per conto proprio. Insomma, la vita incasinata media di un europeo qualunque, se non fosse che dopo anni di vita sessuale “tradizionale” il protagonista scopre un’attrazione fisica per i propri compagni di spogliatoio, concentrando poi i propri sentimenti per Michal, un affascinante coetaneo gay dichiarato.

Wasilewski non nasconde ovviamente il dramma della ricerca del sé, e non ci risparmia i prevedibili scontri con gruppetti di picchiatori omofobi e con i genitori dei due ragazzi, delusi e autocommiserantisi perché hanno dei figli “strani”, ma oltre a punteggiare il dramma personale con rapide osservazioni ironiche e un notevole gusto del paradosso, riesce ad innervare la problematica dell’identità sessuale all’interno di un discorso più ampio sull’autodeterminazione esistenziale. Kuba deve decidere non solo chi amare, ma anche se ha senso buttare la propria giovinezza in giornate di allenamento compulsivo, se deve proprio continuare ad essere schiavo delle due donne della sua vita, se vuole adagiarsi su quanto la gente si aspetta da lui o se forse può cominciare tutto da zero.

Wasilewski fa perno su alcune idee visive non disprezzabili: si vedano le inquadrature in piscina, dove tutto è attutito, silenzioso, e l’acqua media una ricerca più approfondita del sé, o la metafora della discesa e risalita in auto da un garage a più piani come movimento nella coscienza dei personaggi. Il triste, ma non tragico finale, è una delle pietre tombali più desolanti in merito alla vittoria delle convenzioni. Essendo il seguente uno SPOILER, non leggete se pensate di vedere il film: fino a quel momento la madre di Kuba disprezzava e rifiutava la sua ragazza, ma quando questa ne rimane incinta, la accoglie volentieri e fa squadra con lei, pur di far tornare il figlio nei binari della supposta normalità. Le ultime scene di noia e desolazione familiare non possono che far riflettere su quanto (e non solo nelle tradizionali Polonia o Italia) la soluzione più facile sia spesso quella che uccide i sentimenti e la realizzazione piena dell’essere umano.