Karlovy Vary: “Le grand cahier” di János Szász

La lezione del male

Concorso
Il vincitore della 48esima edizione del festival di Karlovy Vary è un film ungherese, tratto dal famoso romanzo di Agota Krystof su come due innocenti e indifesi gemelli si adeguano alla legge del più forte.

Janos Szasz può essere noto ai cinefili più attenti per il suo Woyzeck (1994), per cui fu valutato fra i migliori registi di quell’anno e poté anche rappresentare il suo paese alla kermesse degli Oscar. Qui, dopo numerose difficoltà produttive e con la scrittrice ormai scomparsa da pochi anni, mette mano ad un best-seller controverso e durissimo: all’inizio della seconda guerra mondiale due gemelli vengono affidati alla burbera nonna nella campagna ungherese, nella speranza di sfuggire all’attenzione maggiore dedicata ai cittadini rimasti nelle metropoli. Confesso di non conoscere purtroppo il romanzo, ma ne approfitto per riassumerne le linee principali: i due gemelli non si muovono mai da soli, creano un’unità indivisibile che pensa, parla e agisce in modo complementare, per cui la più grande punizione e causa di dolore per loro sarebbe quella di doversi separare.

Con un “sistema preventivo” che ci ricorda il “metodo” del Signor Mundstock nell’omonimo romanzo di Ladislav Fuks, i due iniziano a maltrattarsi fisicamente e a sottoporsi alle più estreme privazioni per essere pronti a riceverle dagli altri: dalla nonna ubriacona e scontrosa, eventualmente in un secondo momento dai nazisti, nel caso che dovessero cadere nelle loro grinfie. Questo pesante sistema di autodisciplina permette loro di sopravvivere alle privazioni della guerra, ma li trasforma gradualmente in esseri insensibili non solo al dolore materiale, ma anche agli stimoli morali e spirituali.

Per quanto cogliamo dalle informazioni disponibili, Szasz conserva buona parte dei personaggi principali, che sono in fondo una trista galleria di violentatori dell’anima ed usurpatori dei beni altrui: da “labbro leporino”, la ladruncola del villaggio, alla giovane e perversa badante del sacerdote, che li avvia a giochi sessuali poco adatti alla loro età. Sembra di capire che il regista abbia invece deciso di glissare sull’omosessualità dell’ufficiale invasore che li ammira e li prende a ben volere: nel film essa è accennata e rimane una delle tante minacce incombenti ma inespresse.

Il “grande quaderno” del titolo è quello in cui i due inseparabili annotano con freddezza estrema la loro esperienza di maturazione, fatta di prove sempre più massacranti e descritta con i toni asettici di entomologi che vivisezionano se stessi. Sarà che non conosco il romanzo, ma al di là della durezza incontrovertibile della pellicola, che riesce a restituire un estremo caso di sopravvivenza in mezzo al totalitarismo dell’anima, mi rimangono poco chiare alcune svolte narrative (perché mai dopo anni interi in cui desiderano riabbracciarla le due piccole pesti rifiutano di andare via con la madre che è tornata a prenderli? Boh…). Ma non sta a me giudicare Szasz per l’aderenza minore o maggiore alla scrittura della Kristof, non essendo io un esperto lettore della scrittrice.

Fra i valori formali non si può non menzionare il grigiore morale fotografato adeguatamente da Christian Berger, direttore usuale dei film di Haneke (compreso Il nastro bianco). Rimane l’impressione che questa esperienza visiva e psichica alla Haneke (appunto) potrebbe avere meritatamente una distribuzione europea (e chissà, una partecipazione all’Oscar per l’Ungheria), ma i toni smorzati nella rappresentazione delle perversioni (più ellitticamente suggerite che spudoratamente spiattellate) non solleveranno certo il vespaio che scoppiò in una scuola francese quando si scoprì che alcuni adolescenti avevano in programma della letteratura “pornografica”, ovvero questo romanzo d’esordio della ungherese trapiantata in Svizzera dopo i fatti del ’56. Se invece il pubblico europeo apprezzerà la durezza ellittica e a volte un po’ apatica di cui i due piccoli assassini di sentimenti ed esseri umani sono capaci, magari vedremo arrivare sugli schermi anche i due successivi capitoli della “trilogia della città di K”.