Selezione film cechi
Un uomo uccide accidentalmente suo figlio durante una lite familiare. Ma paradossalmente la sua detenzione gli risparmia la partecipazione ad una catastrofe ancora più grande, la distruzione del suo villaggio ad opera dei nazisti.
La tragedia del villaggio di Lidice, a pochi chilometri da Praga è piuttosto nota, ma forse non quanto merita: essa rappresenta uno dei più tragici episodi della barbarie nazista, e potrebbe essere, mutatis mutandis, accostata all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. Dopo l’attentato al Reichsprotektor Heydrich (la “Iena”, che avrebbe dovuto implementare la soluzione finale anche per le terre ceche) i tedeschi che occupavano Praga scatenarono una delle più sanguinose azioni di rappresaglia per le quali sono diventati famigerati in tutta Europa: decisero di distruggere Lidice per punire in modo evidente e dimostrativo il movimento partigiano e terrorizzare in modo definitivo la semplice popolazione del Protettorato di Boemia e Moravia (la Cecoslovacchia non esisteva più dal marzo ’39). Era il giugno del ’42: gli uomini del paesino furono sterminati sul posto, donne e bambini deportati nei campi. Non sta a noi spiegare dal punto di vista prettamente storico i motivi di questa decisione (Lidice molto probabilmente non aveva collegamenti diretti con la Resistenza), né decidere fino a che punto questa ricostruzione filmica sia filologica. Per questo esistono appositi saggi storici. Ma va detto che la cosiddetta “Heydrichiada”, ovvero la serie di rappresaglie seguite all’assassinio del tirapiedi di Hitler, ha già ispirato i registi cechi, dimostrando come questo dramma nazionale sia sentito come una svolta simbolica nelle vicende della seconda guerra mondiale e considerato giustamente uno dei peggiori crimini del Reich.
Quanto alla precedente filmografia ceca, ricordiamo almeno il film Attentato (Jiri Sequens, 1964) che dipinge la storia dei paracadutisti cechi e slovacchi che furono mandati dall’Inghilterra per fare fuori Heydrich, o il più recente Protektor (Marek Najbrt, 2009), uno dei film cechi più interessanti degli ultimi anni, che descrive le vicende di un giornalista collaborazionista nello stesso intorno di tempo del tirannicidio.
In questo film di Nikolaev (peraltro distintosi con ottimi film quali Un pezzo di paradiso, 2005 e …e il peggio deve ancora venire, 2007) la vicenda si spezza in più filoni paralleli: sullo sfondo della tragedia familiare di Sima, che ha tradito la moglie ed ucciso involontariamente il figlio maggiore, si dipanano gli ultimi giorni prima del massacro, fra storie d’amore giovanile miste a tentativi di coraggio patriottico e vicende personali di collaborazionisti che non riescono a trovare il coraggio necessario per rifiutare il proprio sostegno agli occupanti. Da questa descrizione si intravvede la possibilità che ci sia forse troppa carne a cuocere: ed infatti le linee parallele convergono solo con una certa difficoltà, e grazie a svolte di sceneggiatura un po’ legnose. Uno dei due problemi principali del film sta appunto nella sceneggiatura e nella sua conseguente realizzazione, che è passata di mano in mano dopo che il regista originario ha dovuto abbandonare il progetto per motivi di salute. Il prodotto non si è amalgamato bene, e lo chef Nikolaev ha dovuto portare a termine, probabilmente, una ricetta non sua.
L’altro (ed è il problema maggiore) sta nei toni ridondanti utilizzati da Nikolaev, forse costretto a rinnegare il suo stile personale a vantaggio di una descrizione quanto più possibile convincente ed emozionale dell’orrore nazista, che andasse incontro alle aspettative del grande pubblico in Cechia. La musica (fra l’altro derivativa) sparata a palla a sottolineare i momenti drammatici e rivelatori; l’uso smoderato del dolly e delle soluzioni ad effetto; l’eccessiva stilizzazione dei tedeschi quali uomini senza cuore e, in generale, la troppo evidente ricerca dell’effetto emotivo fanno diminuire il valore artistico assoluto di questo Lidice.
Che i nazisti fossero delle bestie si sapeva ed ogni documento storico o artistico atto a ricordarcelo è cosa buona e giusta; che tra i loro più atroci atti di disumanità ci fosse la distruzione di Lidice forse è cosa meno nota fuori dalla Repubblica Ceca, ma un maggiore understatement avrebbe lasciato più spazio alla riflessione personale degli spettatori e una minore impressione di falsa “completezza storica”, costringendo questi ultimi ad uno studio delle vicende reali.
Come ne Il miracolo di Sant’Anna di Spike Lee, gli autori non sono riusciti a trovare il giusto mezzo fra l’urgenza umanista della condanna e una realizzazione che non fosse schiava di una spettacolarizzazione leggermente schematica. Le parti più riuscite sono dunque quelle più intimiste, dove cogliamo l’unico sopravvissuto a riflettere sul proprio triste destino, o quelle in cui i personaggi indecisi sul proprio schieramento si macerano nei propri dubbi. Ma le sequenze di massa e quelle programmaticamente rivelatorie soffrono indubbiamente di un eccesso di carico emotivo.
Per noi del resto, il più grande film sui crimini nazisti rimane un vecchio film polacco, breve, frammentario, incompiuto e girato con pacati sottotoni: La passeggera di Andrzej Munk.
Colour, 35 mm
Czech Republic, 2011, 123 min
Section: Czech Films 2011–2012
Directed by: Petr Nikolaev
Script: Zdeněk Mahler
Dir. of Photography: Antonio Riestra
Music: James Harries, Michal Hrůza, Karel Heřman
Designer: Jan Vlček
Editor: Adam Dvořák
Producer: Adam Dvořák, Robert Schaffer
Production: Movie, s.r.o.
Coproduction: Vinná galerie, Magic Box Slovakia, Česká televize
Sales: Fabrication Films
Distributor: Magic Box – division BioscopStarring: Karel Roden, Zuzana Fialová, Zuzana Bydžovská, Roman Luknár, Jan Budař, Marek Adamczyk, Ondřej Novák, Veronika Kubařová






