giovedì, Luglio 16, 2026
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Karlovy Vary: “Major” di Jurij Bykov

Il cattivo maggiore

Cosa c’è di più paradossale che ammazzare un bambino nel giorno della nascita del proprio primogenito? Dover decidere se quello stesso giorno vale la pena di ammazzare anche la propria coscienza.

Il film di Jurij Bykov è già passato nella settimana della critica di Cannes, è vero, ma approfittiamo della proiezione a Karlovy Vary per soffermarci su alcuni aspetti problematici della società russa e portare l’attenzione su un film non banale.
Il soggetto è semplice e scioccante nel suo assunto: il Maggiore della polizia del titolo si precipita su una strada ghiacciata ad assistere alla nascita del suo primo figlio. Il destino (o l’arroganza del guidatore?) vuole che su quella stessa strada invernale russa abbia inizio un dramma della coscienza oltre i limiti della sopportazione umana, sotto forma di uno scolaro di sette anni che ha solo la colpa di attraversare la strada al momento sbagliato.

Bykov è al suo secondo lungometraggio ed è uomo dai vari talenti: qui ha scritto la sceneggiatura, composto una musica dura e battente e firmato anche un montaggio asciutto e non banale, che ci consegnano un film drammatico a tinte forti che non si può penalizzare sotto l’etichetta di genere. Non siamo ancora dalle parti del film d’autore tout court, ma senza scomodare Dostoevskij, la questione bruciante dei rimorsi di coscienza riempie dal primo momento questi 100 minuti di adrenalina della coscienza. Al di là della specifica durezza della polizia russa e di un mondo di periferia in cui vale la legge del più forte, la domanda che ci si pone è se in un momento di crisi assoluta, in uno di quegli attimi liminari in cui inaspettatamente viene messa in gioco tutta la nostra vita saremmo in grado di fare la scelta giusta. O di fare qualsivoglia scelta.

Bykov (che qui recita anche uno dei poliziotti in lotta con i propri demoni) sembra occuparsi da tempo di queste condizioni estreme di scelta, e rimane il dubbio se in questo The Major domini una sua riflessione esistenziale sulla potenza del pentimento o non dobbiamo leggere l’ennesima accusa al sistema poliziesco corrotto. Nessuno si augura di cadere nelle grinfie di una squadra delle unità speciali ex-sovietiche, magari reduce da qualche sconvolgente esperienza in Caucaso: in questi casi i limiti di quello che l’essere umano normale riesce a mandar giù e con il quale può dormire la notte sono abbondantemente superati, e un cast di brutti ceffi senza troppe remore poteva scadere nella caricatura. Ma senza adagiarsi sul cliche del militare senza un barlume di cuore, Bykov si addentra nei meandri più nascosti, andando appunto alla ricerca di un raggio di umanità nelle anime desolate e pronte a tutto di uomini ormai avvezzi al Male. Quello su cui egli si concentra con la mdp sono gli occhi persi di questi poliziotti, duri oltre ogni dire, ma sconvolti da un gioco al massacro per cui l’omertà professionale li costringe a zittire ogni rimorso. Nessuna spettacolarizzazione, né concessione alla violenza gratuita (quasi tutta off-scene). Più domande sconvolgenti che pugni in faccia. E la conclusione che ci suggerisce questo dramma senza scampo è che anche i poliziotti russi corrotti hanno una coscienza. Forse.