Karlovy Vary: “Shame” di Yusup Razykov

Bisogna finire sul fondo per poter risalire

Concorso
I confini più freddi e desolati della Russia del nord, una base militare abitata da sole donne: le mogli in angoscia aspettano ogni giorno i sommergibilisti che rischiano la vita qualche chilometro più in là sotto le acque ghiacciate…

Yusup Razykov è nato a Taskent, capitale dell’odierno Uzbekistan, dunque (nonostante nazionalità e lingua del film) apporta una visione che non si può definire semplicisticamente russa. Il suo è uno sguardo attento gettato dal di fuori, e lo dimostra bene il suo bel film precedente Migrant Worker (2009), che vedemmo qui a Karlovy Vary qualche anno fa: lì un anziano veterano uzbeko andava a Mosca a recuperare il figlio perso nella capitale e si scontrava con la diversità metropolitana di una vita per lui aliena e troppo moderna.

Qui gli alieni sembrano essere le donne che aspettano chiuse nei loro appartamentini male illuminati, sperando che non succeda qualche catastrofe irreparabile ai mariti che “servono la patria”, volenti o nolenti. Vagamente ispirato a simili incidenti realmente avvenuti (forse il più famoso fu il caso del sommergibile Kursk nel 2000), questo Shame non si sofferma però sulle vicende del recupero o sulla vita dei militari. Lo sguardo trasversale e l’attenzione all’intimità di Razykov si concentrano su chi è rimasto ad aspettare, e in particolare su Elena, una giovane moglie non troppo convinta della propria missione di paziente consorte in ombra. La sensazione di minaccia e di attesa, la finzione della normalità dominano la prima parte del film, ma la calma sulla superficie è solo apparente e il microcosmo è solcato da crepe che non aspettano altro che di allargarsi.

La vergogna del titolo è un sentimento diffuso in tutto l’ambiente dipinto dal film: forse la si può riferire ai governanti, che permettono livelli di sicurezza scadenti pur di tenere alto il numero delle missioni, o alle autorità, che non hanno alcuna voglia di applicare la gorbacioviana glasnost’ e tengono invece nascosti i fatti il più a lungo possibile. E soprattutto è la vergogna di una donna che non ha nessuna intenzione di fare l’eroina e di sacrificare la propria indipendenza ai valori familiari e allo spirito di armata. Vediamo Elena incerta fin dal primo momento, quasi il suo recente matrimonio fosse altrettanto gelido e inospitale come le lande desolate della base militare. E il dubbio morale che si insinua è se sia giusto condannarla per la sua cinica indifferenza alla sventura o se non sia questo forse l’unico rimedio possibile per anestetizzare uno shock troppo forte da metabolizzare. Come i poveri soldati sott’acqua, anche negli animi di chi aspetta a casa si nascondono drammi irrisolti che è meglio tenere sotto chiave, e forse l’ennesima sventura sul lavoro è solo la scintilla che fa aprire un vaso di Pandora in ebollizione: ognuno infatti reagirà secondo i propri specifici demoni e le debolezze che fino a quel momento ha cercato di celare per quieto vivere. Eroismo zero, disperazione tanta: qui non siamo in un film hollywoodiano e i castelli di carta crollano facendo molto rumore.

Razykov si conferma dunque un regista attento, capace di evocare sensazioni e di circondare la storia da più lati, aggiungendo tocchi psicologici ad una situazione che sarebbe potuta scivolare nel sentimentalismo o nella scontata critica al potere. Un regista che va seguito, soprattutto perché porta una visione esterna, non troppo russa per aderire alla materia, ma neanche così distante da costringerlo a rimanere in superficie. Si potrebbe forse dire che il suo sottomarino registico entra con sapienza nei meandri dell’animo umano e non rimane incagliato nelle secche del sensazionalismo, ma scandaglia con rispetto le profondità dei rapporti umani.