“Katyn” di Andrzej Wajda

Rinnegare e mentire secondo Wajda

Il titolo del film che doveva essere Post mortem, come quello del libro di Andrzej Mularczyk a cui è ispirato, è stato cambiato in Katyn”. Qualcuno, dice Wajda, aveva pensato di intitolarlo “Il racconto di Katyn. Coloro che conoscono la storia dicono che il titolo deve essere semplicemente Katyn: intitolato così ha un peso particolare.

Lunedì 17 Settembre 2007 si è tenuta a Varsavia, al Teatr Wielki, la prima del nuovo film di Andrzej Wajda, Katyn. Ora è in tutti i cinema della capitale polacca, e viene proiettata anche la versione con sottotitoli in inglese.
Un film storico, non solo perché girato da un regista di fama memorabile, ma anche perché è proprio la storia la protagonista della pellicola. Centoventiquattro minuti di immagini che raccontano ciò che accadde nella foresta di Katyn. In questo luogo, durante la Seconda Guerra Mondiale, ufficiali polacchi e civili furono massacrati dagli uomini dell’Unione Sovietica. Su ordine di Stalin vennero uccisi migliaia di cittadini polacchi: il massacro aveva lo scopo di eliminare la classe dirigente della Polonia. Un evento che, assieme a molti altri episodi cruenti che caratterizzarono la politica staliniana, denotò la forte somiglianza tra questa dittatura e quella nazista, benché essa sia stata a lungo negata.

Il film di Wajda è oggi il mezzo attraverso cui mostrare e ricordare, anche e soprattutto alle nuove generazioni; a tal fine il regista ha creduto opportuno parlare soprattutto dei sentimenti di coloro che vissero il dramma. Attraverso la narrazioni di storie personali ed intime vissute da alcuni personaggi, il film diventa testimone della storia.
«E’ stato girato per non dimenticare quella storia. […] Unisce la storia con gli spettatori di oggi. E’ una specie di lezione di storia. […] Quanto i personaggi del film riusciranno a commuovere il pubblico, tanto il pubblico conoscerà la storia di Katyn».

Queste le parole del regista che parla dell’impossibilità di realizzare quest’opera in modo che contenesse sia la realtà storica che l’intimità dei personaggi. Era per lui necessario scegliere tra un film che parlasse delle persone, mogli, bambini, giovani e coloro che erano allora al governo, ed uno che invece proponesse la vicenda politica, con grandi personaggi storici: “Si poteva fare un film che mostrasse sullo schermo entrambe le cose? Secondo me no. E per questo a raccontare la storia sarà un’azione istruttiva”.

Il film, avrebbe potuto intitolarsi “Menzogne: la storia di Katyn”.
La pellicola, benché spesso caratterizzata da uno stile recitativo piuttosto teatrale, narra con austerità ed equilibrio una storia che è stata taciuta troppo a lungo. Katyn documenta, senza però diventare mero documentario storico, commuove, senza essere semplicemente un film drammatico e lacrimevole. Trasmette emozioni e induce gli spettatori ad immedesimarsi con mogli, bambini, fratelli, sorelle, nipoti, madri; polacchi che attesero, spesso per anni, notizie dei propri cari che trovarono la morte nella foresta di Katyn, uccisi con un colpo in testa, gettati in fosse comuni come inutili rifiuti.
In fondo però, più che un film sui morti e sul contesto storico-politico polacco durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, questo è un film sulle infinite bugie che offuscarono la realtà del massacro; un film sulla disillusione di un popolo che, in seguito alle violente dittature e al dominio prima dei tedeschi poi dei russi, smise di credere nella propria libertà e scelse di accettare, di tacere, di mentire pur di sopravvivere.

Una scena esemplare la troviamo verso la fine del film, quando Wajda mostra la Polonia nel periodo più sanguinoso e terrificante in assoluto, quando i russi avevano pieno potere. Chiunque fosse per la verità, chi lottava per l’indipendenza e la liberazione del proprio paese, veniva messo in prigione, torturato, additato come traditore. Nella pellicola, emblema di questa situazione è un ragazzo: lo vediamo andare ad iscriversi all’accademia e consegnare il proprio curriculum vitae in cui ha scritto che suo padre è morto nella foresta di Katyn, ucciso dai russi. Le fonti di allora dicevano che quel genocidio era stato opera dei tedeschi: la direttrice dell’accademia, una donna polacca che aveva perso suo fratello proprio a Katyn, dice al giovane polacco che lo accetteranno, a patto che modifichi quella parte del curriculum. Il ragazzo risponde “Il curriculum vitae è uno solo” poi va via e una volta in strada strappa dai muri le locandine della propaganda comunista. I soldati russi lo vedono e iniziano ad inseguirlo. Per quanto lui scappi alla fine viene preso e ucciso barbaramente.

Un commento negativo ci sentiamo di esprimerlo: la parte che divide l’ultima sequenza del film dai titoli di coda ed il modo in cui il “Padre Nostro” viene recitato dai soldati polacchi al momento della loro morte rischiano di rendere tutto piuttosto artificioso e patetico.
Sarebbe consigliabile, per chiunque volesse vedere Katyn, iniziare a conoscere meglio la storia della Polonia prima di vedere la pellicola. Si avranno le idee molto più chiare: vi sono infatti molti riferimenti e simboli che saranno più facilmente comprensibili se si è preparati a riceverli.