Konchalovsky alle prese con Zio Vania

Il regista nel Foyer del Teatro Goldoni presenta la sua ultima produzione

“Se Dostojevskij e Tolstoi sono stati i Don Chisciotte della letteratura russa, Cechov ne è stato l’Amleto” così esordisce Andrei Konchalovsky nel foyer del Teatro Goldoni di Venezia , presentando alla stampa il suo nuovo spettacolo, “Zio Vania” , in cartellone martedì 1 e mercoledì 2. dicembre.

Venezia è l’ultima tappa del tour italiano dello spettacolo .Il settantaduenne regista russo – di casa in Italia, dove ha residenza ad Arezzo – torna nella città lagunare a due anni di distanza dalle fortunate repliche de “Il gabbiano” .Konchalovsky confessa di aver letto con molto interesse la corrispondenza di Cechov per penetrarne la poetica che si sviluppa nel segno di una profonda ambiguità. “D’altra parte questa lettura si è rivelata indispensabile perché era lo stesso Cechov ad autocensurarsi nei suoi drammi : da quelle pagine esce l’immagine di un uomo certamente cinico, ma anche divertente ed asciutto, provvisto di uno spiccato senso dell’umorismo, capace di scherzare senza sorridere”

A parere di Konchalovsky , l’equivoco sugli allestimenti cecoviani risale indietro nel tempo, addirittura a quel Stanislavskij che connotava le sue regie cecoviane di lunghe pause e di declamazioni tristi e ripetute, al punto che lo stesso Cechov fece tirare il sipario dopo due ore di una prova generale , affermando perentorio “Il mio spettacolo dura due ore, non quattro”. Peraltro lo stesso drammaturgo era solito ripetere “ Ho scritto le vicende di persone mediocri, non di eroi”. Per di più quanto più erano onesti, altrettanto si svelavano sulla scena in tutta la loro negatività. Konchalovsky ha anche ricordato il film da lui tratto nel 1982 da “Zio Vania”, prendendone le distanze per la malinconia da cui è percorso, dovuta all’influenza esercitata sulla sua opera in quel periodo dal grande Ingmar Bergman. Insomma, il regista descrive Cechov come il “poeta della noia” ma ammette che “bisogna possedere un grande talento per renderlo interessante”.

Fra i suoi amori, i clowns ed i cimiteri, al punto che lo stesso Konchalovsky non esista a definire le descrizioni dei cimiteri lasciateci da Cechov come le più poetiche della letteratura di tutti i termpi. Il regista si sofferma sul suo modo di lavorare: gli attori sono strumenti che, come in un’orchestra, dipendono da chi ne è direttore, ovvero in questo caso il regista.