“L’IMAGE D’APRES” ALLA CINEMATHEQUE FRANCAISE

Il cinema nell'immaginario della fotografia

Alla Cinémathèque di rue de Bercy 10 fotografi della Magnum espongono le opere che più direttamente mostrano l’influenza della settima arte sul loro lavoro.

L’image d’après, l’immagine che viene dopo. È così che Henri Cartier Bresson (il fotografo) definiva il cinema. Il cinema è ciò che viene dopo: non tanto l’immagine vista o proiettata sullo schermo, quanto piuttosto quella che gli succede, l’immagine presa nello scorrimento.
Lo scopo della mostra che abita dal 4 Aprile il quinto piano della nuova Cinémathèque di rue de Bercy è chiedersi, però, se il cinema non possa essere, invece, l’image d’avant, l’immagine che precede, quella che inspira il fotografo nella sua cattura del reale. Come il cinema s’integra all’immaginario del fotografo? Quale parti di sogno, di fantasma, di ossessioni, il fotografo proietta sul mondo?

In occasione del 60esimo anniversario della Magnun Photos, Diane Dufour (direttrice degli eventi per la Magnum) e Serge Toubiana (direttore della Cinémathèque) hanno commissionato a dieci fotografi della nota agenzia di rivelare quanto un regista, un film, un’inquadratura abbiano influenzato il loro lavoro e impresso in esso un segno inconfondibile.
Le immagini si stratificano dunque: il cinema, con il suo movimento agente illusorio di realtà, si stratifica sotto e sopra la fotografia che, nell’immaginario, cerca di ristabilire la verità del vissuto. Una citazione di Michelangelo Antonioni, a questo proposito, conclude l’editoriale a monte dell’esposizione: “Sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta e misteriosa, che nessuno vedrà mai”.

I riferimenti cinematografici dei dieci fotografi sono tra i più disparati: il cinema italiano, doppiamente presente con l’opera d’Antonioni e il Paisà di Rossellini, trova al suo fianco quello cinese degli anni ’30, quello americano dei noir, i film di Tarkovski, di Wenders, di Gus Van Sant e i reperages di Resnais. In molti il cinema vive come il ricordo di un film feticcio o come un campo di in cui considerarsi neofita. Le foto, poi, sono oggetti coincidenze tematiche ed estetiche con quei ricordi cinematografici.

Per Abbas il Paisà di Rossellini fu, a suo tempo, ispiratore della carriera di reporter, quando nel suo Iran le immagini che abitavano la sua quotidianità non si differenziavano poi così tanto da quelle realistiche del film. Bruce Gilden, invece, accosta degli estratti dei noir americani a dei portaits di newyorkesi colti in mezzo alla strada. Nella sua installazione lo schermo è posto al centro, circondato da fotografie. Quando l’estratto del film volge al termine, l’immagine si immobilizza (dando quasi l’impressione di un’immagine fissa), mentre le varie piste sonore (tra musiche, rumori, dialoghi) continuano il loro corso.

Harry Gruyaert si definisce colorista dei paesaggi urbani e s’ispira, in quanto modellatore del mondo esterno nei suoi fini artistici, al Michelangelo Antonioni del Deserto Rosso. Le sue foto sono proiettate in montaggio alternato con estratti dei film del regista italiano. L’idea che ne nasce è una profonda descrizione della solitudine dell’uomo, nota tematica di Antonioni, qui nuovamente sottolineata dall’accostamento con le immagini fisse.
Con un montaggio d’immagini, stile collage, George Pinkhassov mostra il suo legame con Andrei Tarkovski; legame non solo ideologico, ma anche reale. I due si conobbero infatti sul set di Stalker, dove Pinkhassov ebbe l’occasione di fotografare Andrei nella sua vita quotidiana, con suo padre, il poeta Arseni.
L’amateur di Kiewsloski influenza l’opera di Mark Power, realizzata espressamente in occasione di questa mostra. Amateurs sono i vecchi Super 8 che Power ritrova nella sua casa di famiglia, a Leicester. Suo padre li realizzò all’epoca in cui era tangibile la prosperità industriale. Qui filmini mossi, sbiaditi sono avvicinati a foto su grande formato realizzate dal fotografo, anch’esse sfocate, come se la memoria di quel tempo faticasse ad affiorare. Una di queste è visibile nel fondo di un contenitore riempito d’acqua. Le piccole onde, anche lì, ne impediscono la visione netta.

Nel corso del tempo di Wenders giace nascosto sotto gli scatti di Alec Soth quando, nel suo giro negli Stati Uniti, fotografa le sale cinematografiche disabitate del Texas. Wenders non fece da meno, filmando il suo protezionista in perpetuo viaggio tra una sala e l’altra. Le foto in grandi formati si alternano a schermi di uguale grandezza mostranti estratti di film del regista tedesco.
Donovan Wylie crea un suo itinerario nella mostra, disponendo fotografie personali e della prigione “The Maze” lungo uno stretto e angoscioso corridoio, al termine del quale si giunge in una piccola sala in cui è proiettato Elephant di Alan Clarke. Con questo progetto Wylie mette in parallelo il vissuto personale della conflitto dell’Irlanda del Nord con la violenza gratuita del film di Clark, oggetto del noto e aggiornato remake di Gus Van Sant.
Il cinema shangaiano degli anni 30 contribuisce inconsciamente a creare l’universo visuale del fotografo Patrick Zachmann. Riscoperti in un secondo tempo, Zachmann trova che in maniera latente la loro visione abbia segretamente influenzato il suo mondo di fotografare i bassifondi della comunità cinese. Tre schermi costituiscono il suo dispositivo: montaggi di film e di foto vi sono proiettati.

Una retrospettiva accompagna, infine, la mostra permanente: i film da cui i fotografi si ispirarono sono l’oggetto di una nuova proiezione. L’amateur, Il deserto, L’impero dei sensi, Paisà, Lo specchio tra i già citati, nonché L’Elephant di Gus Van Sant, Roma città aperta, Alice nella città, Stalker ed altri.
“L’image d’après” mette in gioco, dunque, i diversi strati di un’immagine, dimostrando che il movimento di un film può esistere nella più lontana delle sue ispirazioni. L’immagine può contenere caverne e tesori non sperati e, nel più profondo, essa mantiene anche la “vera immagine di quella realtà, assoluta e misteriosa, che nessuno vedrà mai”.

L’IMAGE D’APRES
alla CInémathèque Francaise, 51, rue de Bercy, Paris
dal 4 Aprile al 30 Luglio