“L’OPERA DA TRE SOLDI” DI BERTOLT BRECHT

Da Soho alle Borgate di Roma

Dal 4 al 9 gennaio al Teatro Verdi di Padova è andata in scena “L’Opera da Tre Soldi” di Bertolt Brecht. Uno spettacolo molto ricco e strutturato (la durata complessiva è di tre ore e venti minuti) che riporta in scena l’edizione integrale della più famosa opera di Brecht e Weill.

L’opera originale nacque nel 1928 col titolo “Die Dreigroschenoper”, sulla base de “L’opera del mendicante di John Gay” (1728), e venne strutturata attraverso un prologo, tre atti di prosa e diciannove canzoni musicate da K. Weill. Essa rappresentava lo squallore materiale e morale del quartiere londinese di Soho, nei primi del ‘900. A settantacinque anni dalla prima rappresentazione e dopo le memorabili edizioni di Giorgio Strehler, viene ora proposta una nuova versione.

La produzione nasce da una collaborazione tra il Teatro Biondo Stabile di Palermo e la Fondazione Teatro Massimo e vede schierati attori del calibro di Tosca (Jenny delle Spelonche), Massimo Venturiello (Macheath detto Macie Messer), Giulio Brogi (Gionata Geremia Peachum), Umberto Cantone (Filch) e Rosalina Neri (Signora Peachum). Per questo allestimento, il regista Pietro Carriglio ha utilizzato una nuova chiave di lettura: impregnare tutto di un’aria molto romana.

Proprio il fatto di aver cambiato, di aver fatto un’edizione diversa, coloratissima nelle scene e nei costumi ha un po’ allontanato i paragoni. In particolare, Jenny delle Spelonche (personaggio che rese celebre Milva) non è tradizionale: qui è una ragazzaccia, quasi una Mackie Messer donna, molto maschile come carattere, un personaggio molto moderno insomma. A Tosca è affidata anche la canzone di apertura, la famosa “Canzone del pescecane”, che di solito canta un narratore; l’ interprete entra vestita da marinaretto con un carrettino dei gelati, indossando boa e cappello a cilindro trasportando il pubblico nel mondo del circo.

Ma nonostante il colore e il “carnevale degli storpi”, l’opera resta un affresco sulle miserie morali e le ipocrisie che l’essere umano è in grado di raggiungere. Anche se spesso l’amarezza sfocia nel grottesco, il messaggio arriva comunque allo spettatore, creandogli un certo disagio. Proprio nei momenti salienti della narrazione, i personaggi, rompono la convenzione scenica parlando direttamente al pubblico, impedendogli la piacevole sensazione della catarsi, quasi per evitare che una volta terminato lo show, gli spettatori possano rimuovere tutto, con l’idea che “Tanto era tutto finto!”. Dunque si esce sapendo che il finale assurdamente lieto rimpiazza la terribile realtà solo perché “questo piace sentirsi raccontare”.

Un’ultima annotazione: questo spettacolo non presenta affatto le caratteristiche del musical alla Broadway, ma costituisce una soluzione differente (e di matrice più antica) nel panorama del teatro musicale. Infatti, gli attori non danzano (né ci sono ballerini sulla scena) e al momento di cantare si muovono molto poco sulla scena.

Lo spettacolo sarà all’Eliseo di Roma dal 12 gennaio fino alla prima settimana di febbraio, poi Perugia, Ancona, Catania e Modena.

L’OPERA DA TRE SOLDI – Teatro Biondo Stabile di Palermo – Fondazione Teatro Massimo; di Bertolt Brecht; regia di Pietro Carriglio; scene e costumi di Bruno Caruso; musicato da Kurt Weill; direttore d’orchestra: Carmelo Caruso