“L’ULTIMO HAREM” di Angelo Savelli

Una sera del 1909 ad Instanbul, alla vigilia della definitiva chiusura degli harem, nel palazzo d’Yildiz una seducente favorita circassa attende, insieme all’anziana guardiana, l’incerta visita del sultano, ingannando l’attesa con il racconto di storie fantastiche. Quasi cent’anni dopo una casalinga dimessa e la sua spumeggiante amica sognano improbabili fughe dalla prigione del loro indecifrabile malessere quotidiano.

“L’ultimo Harem”, spettacolo creato e scritto da Angelo Savelli, parte dai ricordi di una “favorita” che ebbe la sorte di vivere nell’ultimo harem di Instanbul per aprirsi poi sulla contemporaneità grazie agli spunti critici provenienti dai fondamentali libri della professoressa turca Aise Saracgil, della scrittrice marocchina Fatema Mernissi e dai racconti surreali e grotteschi di una delle più interessanti scrittrici della letteratura turca contemporanea, Nazh Eray.
Instanbul è vicinissima. Si ha la possibilità di respirarla e di viverla in questo spettacolo. La fusione tra spettatore e attore annulla la distanza che li separa e, metaforicamente, viene dissolta quella tra Occidente e Oriente. Il pubblico entra, attraverso un percorso guidato, all’interno di uno spazio ristretto abbellito da cuscini, tappeti e profumo di incensi che vogliono, in piccolo, ricostruire le atmosfere di un vero harem. Ed è proprio intorno a quest’ultima parola che lo spettacolo ruota.

Parlare di harem implica costruire una riflessione sulla donna e sulla sua condizione storica. Che cosa rappresenta, realmente, questo luogo? Una cinta di mura invalicabile oppure un luogo dello spirito? L’impressione è che sia ieri che oggi, sia uomini che donne, sia Occidente che Oriente di fronte a uno spazio limitato e castrante (geograficamente, politicamente, culturalmente) non possono che cadere prigionieri se non hanno le dovute difese. Il tempo passa ma le condizioni claustrofobiche restano mutando aspetto e significato. Può essere la società tradizionale, la comunità locale o la stessa famiglia. Resta il fatto che è molto semplice “rimanere imprigionati” se si è privi di quella tradizione orale, e quindi storica, che costruisce un’appartenenza individuale e collettiva.

A questo proposito, la figura della donna ne esce vincente per aver ricoperto, nel corso dei secoli, il ruolo di “custode dell’oralità”. Il fatto di tramandare nel tempo storie fantastiche intrise degli umori, dei sogni, delle repressioni della loro esistenza sembra aver sedimentato nel genere femminile un’acuta e vigile consapevolezza del proprio essere e della propria identità.
La scintilla creativa di questo progetto si deve a Serra Yilmaz, protagonista principale insieme a Valentina Chico. Entrambe riescono, con modalità diverse, a trasmettere la propria insofferenza di genere e le problematiche relazionali legate al sesso opposto.

Liberamente ispirato ai racconti di Harli Eray e de “Le mille e una notte” e ai saggi di Ayse Saracgil e Fatema Mernissi
regia di Angelo Savelli
con Serra Yilmaz, Valentina Chico, Riccardo Naldini
in scena al teatro Ambra Jovinelli dal 29 novembre al 4 dicembre 2005

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