L’ULTIMO TRENO DI FELLINI

La scena del treno non la ricordano più neanche quelli che c’erano, protagonisti di quel piccolo universo di personaggi, rannicchiati nello spazio ristretto di un vagone. La scena del treno sembra essere scomparsa, lanciata in grande corsa su di una galleria. Dissolta, tagliata via, votata a quell’oblio che – messo con le spalle al muro – si ridesta, tramutandosi in memoria. La memoria che la riproducibilità tecnica dell’immagine ci restituisce intonsa e immacolata a distanza di quarant’anni.

Un altro finale, un’altra storia, l’altra volto – quello triste – di un grande regista in preda alla sua crisi. E’ vita e morte, redenzione e peccato, “L’ultima sequenza” con cui Mario Sesti ci fa rivivere il set di otto e mezzo. Il documentario che ha commosso ed emozionato gli spettatori di Cannes, è ora disponibile in formato Dvd – ove non esaurito – per far rivivere agli appassionati di Fellini e di otto e mezzo, l’altro finale, quello girato e mai inserito nel film. Ora, purtroppo, scomparso.

Ma la magia del cinema sta in chi non si perde d’animo e raccoglie, con dovizia di particolari, quei materiali che sembrano perduti. Grazie a Gideon Bachmann, noto reporter e amico di Fellini, si ha la possibilità di vedere le centinaia di foto scattate sul set di otto e mezzo e, con esse, le immagini di quello che inizialmente doveva essere il finale del film, in luogo dell’ormai noto balletto finale.
Un documento eccezionale per gli appassionati, coadiuvato dalle testimonianze degli addetti ai lavori: da Anouk Aimee a Claudia Cardinale, da Tullio Pinelli a Kezich, passando per un’intervista inedita al Fellini regista e artista.
Ma l’eccezionale documentario di Sesti non è solo una carrellata di foto, ma anche – e soprattutto – l’opportunità di conoscere e giocare ancora una volta con le parole di un gran bugiardo.

L’arte di Fellini non è nel cinema, o non solo in questo. Ma nella capacità di redimersi attraverso i suoi film, di conoscersi e comprendersi come mai nella vita accade. Ecco il perché del doppio finale. L’uno, ufficioso, intriso di malinconico pessimismo, l’altro, ufficiale, condito da ineffabile purezza e gioia nei confronti della vita.
E dopo essersi commossi con questo, si può ridere amaro per un grazioso filmettino, montato da Tatti Sanguineti dal titolo “La Tivù di Fellini”. A dispetto di ciò che si può pensare il film è stato girato dallo stesso Fellini nelle prime tre settimane di lavorazione di “Ginger e Fred”. Sono i cosiddetti “fegatelli”, presunti spot pubblicitari che inizialmente dovevano essere inseriti nel film, a testimonianza dell’onnipresenza delle pubblicità commerciali nelle televisioni commerciali, atte ad interrompere la linea narrativa dei film in programmazione. Tra queste c’è un Dante che ritrova la via smarrita grazie agli orologi Beatrix, un Fulvio Lombardoni ( non fatevi ingannare dal nome, è proprio lui!) imprenditore nel settore della pasta e poi, tra falsi tg e false inchieste, una profetica decapitazione di una donna islamica. E’ Fellini, modesto in se stesso, ma grande conoscitore dei meccanismi sottostanti all’industria culturale che – come Warhol in America – svela i meccanismi del desiderio partendo dal desiderio stesso. Rappresentando quello scorcio di umanità resa inumana dalla felicità astratta – anima del commercio – e dall’impossibilità della scelta resasi identica e omogenea, annullata dal flusso maniacale con cui lo spettacolo narcotizza senza più esorcizzare.

Ma non andiamo lontano. Per Fellini l’atto della creazione è dovuto ad una sorta di trance in cui è qualcun altro ad agire. E i problemi, quelli veri, sono nelle bollette da pagare, nei rapporti interpersonali e con l’altro sesso. E’ qui che l’arte deve cancellare quella pretesa di razionalità che è la vita stessa, adducendo come unica soluzione la propria arte. Ciao Federico.

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