L’energia di Jeffrey Tate incanta La Fenice

Travolgente saggio tra Elgar e Sibelius

Non è difficile immaginare a quale esperienza è andato incontro chi ha avuto l’occasione di ascoltare per la prima le due sinfonie in programma al concerto di venerdì 14 e domenica 16 marzo al Teatro la Fenice di Venezia. La sfida di riunire due lavori di così ampie dimensioni e appartenenti a consuetudini musicali ancora così lontane dalle nostre, è stata lanciata dall’orchestra veneziana in occasione della collaborazione col direttore inglese Jeffrey Tate.

La forza scaturita sin dalle prime note dell’Allegro vivace e nobilmente della seconda sinfonia di Edward Elgar è stata abilmente mantenuta e distribuita per tutta l’ora di durata dell’intero lavoro musicale. La compattezza sonora che l’orchestra ha saputo custodire non ha mai conosciuto nemmeno il minimo segnale di cedimento grazie alla cura del direttore nell’evidenziare con estrema disinvoltura l’articolato andamento dinamico di ogni singolo movimento della sinfonia, aggirando in questo modo il pericolo di scivolare nella trappola mortale rappresentata dalla saturazione acustica.

L’impalpabilità della grana sonora con la quale si è avviato l’Allegretto iniziale della sesta sinfonia di Jean Sibelius è derivata da una personale visione dell’opera del direttore Tate, colma di disincanto ma mai sofisticata. Sebbene sapientemente mutuata, tale caratteristica diviene la costante sonora dalla quale ogni singolo movimento dell’opera si avvia per potersi manifestare in maniera autonoma durante il suo svolgimento. L’effetto percettivo che ne deriva si accosta a quello dell’andamento rapsodico di una musica che fluttua nell’aria e che reagisce con l’ambiente circostante in modo sempre mutevole se non quasi imprevedibile.

Tale esperienza uditiva si è rivelata capace di celare abilmente il pensiero compositivo dell’autore pur lasciandone percepire continuamente la sua presenza in una parabola dove l’inizio e la fine non si manifestano in modo decisivo ma sembrano affiorare dal silenzio, nel quale potersi poi immergere nuovamente.

Dall’incontro tra l’abilità esecutiva dei musicisti e il pensiero musicale del direttore si è dunque materializzata un’energia sonora che ha saputo investire e penetrare il pubblico in sala con una forza tale da poterlo attrarre all’interno del vortice che questa forza ha scatenato al suo passaggio, se non fosse per la spiazzante consapevolezza maturata a fine concerto che tale sconvolgimento si è rivelato nient’altro che un’illuminante e quanto mai appassionante esperienza uditiva.