“LA DONNA SERPENTE” DI CARLO GOZZI

Al Goldoni di Venezia “La Donna Serpente” di Gozzi con la regia di Giuseppe Emiliani

Tra le novità del 38. Festival Internazionale del Teatro diretto da Maurizio Scaparro, spiccava una raffinata edizione della “Donna Serpente” di Carlo Gozzi accompagnata dalle musiche appositamente scritte da Uri Caine per questa opera. Ora questo stesso format approda al Teatro Goldoni nell’allestimento del Teatro fondamenta Nuove con i Fratellini, lo Stabile del Veneto e del Teatro Metastasio di Prato.

Il Settecento veneziano segnato politicamente dall’inesorabile decadimento che avrebbe portato alla fine della Serenissima, si presenta invece, dal punto di vista artistico e culturale come vivacissimo e pirotecnico con la musica di Vivaldi, la pittura dei Tiepolo e Canaletto, per non citare che gli eccelsi. Nell’ambito teatrale la scena veniva contesa da Carlo Goldoni e Carlo Gozzi, antagonisti ma, in fondo, animati dallo stesso spirito creativo, prodotti, entrambi, di una società sull’orlo del baratro ma ancora brillante e suggestiva. Gozzi, dopo la partenza di Goldoni verso Parigi, si trovava ad essere l’unico protagonista della vita teatrale veneziana e sull’onda del successo delle precedenti opere “Turandot” e “Il re Cervo”, ispirato dalla raccolta di novelle delle “Le mille e un jour”, scrive “La donna serpente” arricchendola degli influssi della tradizione comica della sua terra.

“La donna serpente” ovvero “Dell’ignoto deserto della Cina al vasto regno di Eldorado, occulto al mondo tutto” può considerarsi una fiaba tragicomica dalla trama complessa ed aggrovigliata ove sono presenti i topos classici del genere, amore, sfide, pericoli, azioni crudeli prove terribili al limite della morte fino al gratificante e atteso lieto fine.
Il filone fiabesco gozziano sottende l’utopica corsa dell’uomo verso l’Eldorado dove si realizza la completa felicitade. Il “terribile quotidiano” per Gozzi non rotea se non nella delusione e nella lotta brutale. Solo la fiaba modella e delinea ogni sfumatura dei sentimenti umani sia consci che inconsci. Considerata questa proiezione nel mondo occulto ove si avvera lo scintillio di delizie e di slanci icareschi, fa esclamare il grande De Sanctis: “Gozzi parea a quel tempo un retrivo e Goldoni un riformatore, pure avrei desiderato a Goldoni un po’ di quella fibra rivoluzionaria che era in quel retrivo”.

La complessità dell’opera viene ulteriormente articolata presentandola in questo allestimento come studio di una compagnia nell’intento di riuscire ad armonizzare le maschere classiche da Pantalone a Brisighella e Truffaldino con i personaggi fiabeschi, mostri, fate, draghi dalle fauci fumanti. La compagnia diretta da Giuseppe Emiliani supera questa difficile prova riuscendo ad adeguare ruoli, toni, espressività, linguaggio al variare dal comico al tragico al lirico. Compito non facile tenuto conto della necessità di usare complesse macchine sceniche senza rendere stridenti gli effetti speciali necessari per ricreare il clima magico surreale dell’opera.

Da sottolineare la proverbiale padronanza di Marcello Bartoli. Disinvolti e brillanti Giorgio Bertan e Alberto Fasoli. Persuasiva solo nel secondo tempo la sofferta interpretazione di Marta Paola Micheli. Riconfermano la loro duttilità nell’immedesimarsi nei personaggi Michela Mocchiutti, Erika Urban, Lino Spadaro.