LA MEMORIA ALLA FENICE

Brunello esegue la prima italiana di Mansurian

Cent’anni fa si stava per svolgere il primo atto di quello che verrà successivamente riconosciuto come il genocidio del popolo armeno.

Dietro questo terribile termine, una parte della Turchia nasconde ancora oggi un’urgenza espansiva verso l’Asia in grado di unificare in un’unica grande realtà i territori turcofoni. L’attuazione di questo immenso progetto di unificazione nazionalista individuò nell’Armenia il grande ostacolo da eliminare attraverso un attacco mirato alla religione, il Cristianesimo, e la cultura del suo popolo. La notte del 24 aprile a Costantinopoli ebbe così inizio il massacro che vide tra le sue vittime intellettuali, studiosi e poeti, prima di spostarsi più a oriente, costato quasi due milioni di vite.

La Fondazione del Teatro La Fenice, in collaborazione con Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena, dedica alla memoria delle vittime un intero concerto nel centenario del genocidio.

Per l’occasione, una prima esecuzione italiana del quarto Concerto per violoncello e orchestra del compositore armeno Tigran Mansurian, presente in sala insieme alla rappresentanza, intitolato Ubi est Abesl frater tuus? che, per un episodio totalmente casuale, fu battezzato proprio il 24 aprile di cinque anni fa. Il lavoro si basa su una lenta e lacerante modulazione della melodia iniziale affidata allo strumento solista che viene delicatamente supportato dall’Orchestra Filarmonica della Fenice in un continuo dialogo contrappuntistico. L’essenza della composizione trova la sua traduzione in un’intensa dedizione all’espressività che individua in Mario Brunello la sua esaltazione più profonda mentre il gesto di Susanna Mälkki assicura una bilanciata quanto perfetta connessione dell’entità solistica con quella orchestrale.

Nonostante la freschezza e lo spirito che animano la seconda suite dal balletto Spartacus di Khachaturian, il direttore finlandese ne ricava un’esecuzione sostanzialmente impeccabile anche se caratterizzata da un respiro corto, dovuta principalmente a una liricità versata più al calcolo che alla libertà. Alcune preoccupazioni ritmiche hanno inoltre trattenuto la suite da necessarie sbavature coloristiche risparmiando macchie di derivazione jazzistica, così alterate in esaltanti marcette.

Ma se da un lato il rigore può essere stato dettato dall’ufficialità dell’evento, la prassi esecutiva così applicata non regge alla quarta di Beethoven che perde tutto il suo slancio in un appiattimento delle connessioni contrappuntistiche.