“LA STAGIONE DELL’OPERA COME DRAMMATURGIA”

Bilancio della 40ema edizione della stagione lirica del Teatro Pergolesi di Jesi

Il 7 dicembre scorso con il Recital dedicato all’inclito tenore Beniamino Gigli in occasione del 50esimo anniversario della sua scomparsa, si è conchiusa la quarantesima stagione lirica del Teatro Pergolesi di Jesi realizzato dalla Fondazione Pergolesi Spontini.

Il concerto, prodotto in collaborazione con il teatro dell’Aquila di Fermo, è stato eseguito dall’ Orchestra Sinfonica Gioachino Rossini di Pesaro, diretta per l’occasione dal maestro jugoslavo Dejan Savic, che oltre a vantare un lusinghiero curriculum internazionale è stato protagonista a Jesi del Trittico di Natale della scorsa edizione.
Interpreti vocali della serata sono stati il tenore cinese Yi Jie Shi , vincitore dell’edizione 2007 del concorso internazionale di canto “Toti dal Monte” , l’omologo Giorgio Casciarri, il soprano kazakho Margarita Dvoretskaya ed il baritono Giovanni Meoni, che hanno interpretato le più celebri arie che dettero lustro all’estensione vocale del tenore recanatese, rendendolo uno dei più famosi cantanti lirici del mondo.

L’inaugurazione della stagione era stata affidata alla Bohéme di Puccini, un’opera che basandosi su di una melodia facile e scorrevole non richiede l’impiego di particolari virtuosismi lirici. Pertanto è stata impiegata una compagnia di canto formata da artisti di medio talento ed ancora poco noti nei circuiti lirici internazionali, che nondimeno ha dispiegato tutta la sua giovanile foga rivelando di possedere una lodevole capacità interpretativa anche dal punto di vista recitativo. La vera novità è stata tutta nella regia attualizzante e teatrale proposta da Ivan Stefanutti, regista, scenografo e costumista che ha trasposto il capolavoro pucciniano nel clima brumoso della Parigi inquieta ed anticonformista del periodo compreso tra le due guerre mondiali, in cui artisti del calibro di Picasso, Henry Miller, Breton, Simenon, Cocteau, Sartre e Prevert si rifugiavano condividendo lo slancio verso nuovi ideali artistici, ma anche inquietudine e povertà. Gli interpreti si sono mossi tra scenografie e costumi in bianco e nero riproducendo i bassifondi parigini popolati da teppisti, signore equivoche d’ogni età e marinai, e ricordando nella loro tragica essenza quei personaggi crudi ma romantici di Zola raccontati nel celebre film d’epoca “Il porto delle nebbie” di Marcel Carné.

Con la realizzazione del Werther di Massenet, in collaborazione con il Teatro dell’Opera di Nizza, la Fondazione Pergolesi Spontini ha compiuto un deciso salto di qualità. Opera romantica per palati forti, la celebre trasposizione lirica dell’estenuazione sentimentale goethiana è stata ambientata nel clima di decadente romanticismo in cui era avvolta la borghesia francese nel corso degli ultimi decenni dell’Ottocento.
La figura di Werther su cui sono state scritte le parti più intense ed inebrianti dello spartito, qui interpretata dal giovane tenore spagnolo Antonio Gandia, avrebbe meritato un artista ben più carismatico. Nell’alternanza di scansioni emotive che ne caratterizzano la progressione drammatica, la sua emissione vocale è risultata più incisiva nei tratti intensi dell’ esaltazione e meno convincente in quello della dolente intensità del ripiegamento intimistico, quando si è confrontato con i toni più scolpiti e crepuscolari, rivelando un talento ancora perfettibile.
Anna Bonitatibus, giovane ed affascinante mezzosoprano lucano, nota per aver spaziato dal repertorio barocco a Rossini e Mozart si è invece perfettamente immedesimata nel personaggio di Charlotte, offrendoci una splendida sintesi di teutonico profilo romantico e seducente allure francese. Una donna incapace di ammansire i rigori del giuramento materno nell’incanto sublime della passione amorosa. Da segnalare la prova del giovane baritono Vittorio Prato, un Albert imponente e ragguardevole.
Bravo anche in quest’occasione il regista francese Paul-Emile Fournay, capace di assecondare a meraviglia gli intenti del poeta riproducendo con rara maestria un’atmosfera di pregnante velatura malinconica.

Infine la Lucia di Lammermoor di Donizetti, un’opera gravata dal pesante fardello degli antefatti e dall’improrogabile necessità di mettere in scena i sentimenti dei protagonisti. Per ottenerne l’effetto il regista Italo Nunziata decide di trasformare la scena in un luogo dell’anima in cui i personaggi incrociandosi fanno emergere emozioni e sentimenti che altrimenti sarebbero andati perduti.
Ma il successo dell’opera va ascritto tuttavia anche al merito della compagnia artistica, tra cui ha brillato la stella di Valeria Esposito, ormai veterana nel ruolo di Lucia, che porta in giro per i teatri di tutto il mondo da oltre dieci anni. Superba soprattutto nel conciliare il suo forte temperamento napoletano con la mite debolezza dell’eroina di Donizetti, si è rivelata insuperabile sia nella padronanza espressiva che nel virtuosismo vocale. Lusinghiera anche la prova del giovane tenore turco Bullent Bezduz, che ha interpretato il proprio ruolo con convincente misura e sobrietà, uscendo indenne dall’arduo finale affidato al protagonismo tenorile. Degne di menzione anche quelle del baritono Stefano Antonucci e del basso Giovanni Furlanetto le cui coloriture della voce ben si sono adattate alle cadenze della prassi vocale ottocentesca.
Non particolarmente convincenti le prove dei maestri d’orchestra che non si sono trovati spesso in sintonia con gli interpreti e quasi mai con le caratteristiche dell’acustica del Pergolesi,
offrendo letture prive di forti suggestioni emotive.

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