E’ la storia degli ultimi mesi di vita di Remy, un anziano malato in fase terminale, che con l’aiuto del figlio generoso e dei suoi vecchi amici, cerca di dare un senso ai suoi ultimi giorni.
Il film è il seguito ideale de “Il Declino dell’Impero Americano”, film dello stesso Arcand di 15 anni fa. I personaggio di quella storia, invecchiati e separati dalla vita, si ritrovano a misurare con la stessa lucida e disincantata ironia come sono cambiate le loro vite e cosa è cambiato nel mondo.
Il film, vincitore al Festival di Cannes 2003 per la migliore sceneggiatura, non ha una gran resa filmica, sul piano del linguaggio cinematografico è un’opera decisamente semplice (campo e controcampo, ritmo ripetitivo, fotografia classica). Il versante che interessa al regista è invece quello del racconto. Il film è fatto soprattutto di parole. Tutto ruota attorno ai dialoghi. L’attenzione e la cura dei dialoghi per questo è maniacale: dialoghi raffinati e forbiti, ironici e beffardi, teneri e sentimentali, grotteschi e esuberanti. Ricchi di riferimenti culturali (Levi, Platone, Montagne, Dante) le conversazioni dei personaggi del film, tra ironia e malinconia, vanno a toccare innumerevoli (forse troppe) tematiche sociali: terrorismo, sanità, eutanasia, droga.
Ecco allora che il film non è solo la storia di un uomo allo specchio, nel momento culminante dell’esistenza, ma è l’autoriflessione di una società costretta ad interrogarsi sulle proprie responsabilità; la malattia del professore canadese, in questo senso, è metafora della situazione attuale della società contemporanea colpita da un tumore allo stato terminale. Tra humor e lacrime, infatti, il quadro che emerge è quello di una società decadente nella quale i nuovi barbari risultano essere gli uomini occidentali imbrigliati in una società, ispirata al modello americano, caratterizzata da qualunquismo, banalità, superficialità, omologazione e consumismo. Da questo punto di vista, l’opera di Arcand si può inserire nel filone di quella recente cinematografia contemporanea che, con le dovute differenze e peculiarità dei vari autori, disegna con irriverente cinismo una società statunitense allo sbando (Sam Mendes con “America Beauty”, Micheal Moore con “Bowling a Colombine”, Woody Allen con “Anything else”, Gus Van Sant con “Elephant”, Clint Eastwood con “Mystic River”, Spike Lee con “La 25° ora”) .
In una società priva di intelligenza, di civiltà e di pensiero, dove non c’è nulla da salvare (sanità, politica, polizia) per non sprofondare nelle reti della barbaria, le cose davvero importanti sono: gli affetti, il sorriso, la gioia, la cultura e soprattutto il dialogo. E’ la parola a renderci padroni della nostra vita. E’ grazie alla parola che possiamo comunicare e condividere con gli altri la nostra vita. In una società dove ormai si parla tanto e comunica poco, il film di Arcand è un inno al dialogo e al confronto. Questa commedia nera, che affronta con ironia e malinconia (e soprattutto intelligenza) scottanti temi sociali, regala allo spettatore, da un lato, sorrisi e risate, dall’altro, attimi di commozione e lacrime fino a toccare le corde del cuore e della mente.
Titolo originale: Les Invasions Barbares
Nazione: Canada/Francia
Anno: 2002
Genere: Drammatico
Durata: 112′
Regia: Denys Arcand
Sito italiano: www.bimfilm.com/leinvasionibarbariche/
Cast: Remy Girard, Stéphane Rousseau, Dorothee Berryman, Louise Portal, Dominique Michel
Produzione: Daniel Louis, Denise Robert
Distribuzione: Bim
Uscita prevista: Cannes 2003
05 Dicembre 2003 (cinema









