“LE STORIE DEL SIGNOR KEUNER” DI BERTOLT BRECHT

Al Teatro Goldoni di Venezia Brecht visto da Moni Ovadia e Roberto Andò

Dal felice incontro fra Bertold Brecht e Moni Ovadia, coadiuvato da Roberto Andò, nasce uno spettacolo teatrale imperdibile per chi voglia allontanarsi in modo critico dalla banalità e voglia confrontarsi in modo critico sull’attualità di problematiche eterne.

L’opera – “Le storie del signor Keuner” – è andata in scena al Teatro Goldoni di Venezia in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Brecht.
Queste storie, composte in un arco di tempo di quasi cinquanta anni fino agli ultimi di vita del drammaturgo, sono una serie di brevi testi, parabole didascalico-apologetiche, con le quali Brecht abbandona i temi della lotta di classe per spostare la sua attenzione sull’uomo, le sue ansietà ancestrali, sui labirinti kafkiani dei fanatismi ideologici, marxisti e nazisti.

Si tratta, in fondo di storie autoreferenziali con l’immaginario signor Keuner che altro non è che un alter ego dell’autore, come lui esule estraniato dal suo mondo e preso nel caos senza senso di un secolo che vede gli eccessi del nazismo e dello stalinismo. La struttura e l’impostazione del racconto non sono innovative ma ripetono il modulo, più volte usato, del metateatro in cui una caotica sinergia espressiva fonde varie forme –alcune tecnologiche, altre virtuali – nel contesto di un’esposizione che affastella elementi eterogenei. Testo zeppo di sollecitazioni, rimembranze, echi di film cult, musiche impegnate, personaggi entrati nell’immaginario collettivo come la Dietrich dell’angelo azzurro. In sostanza una buona sintesi di una parte del mondo culturale del secolo scorso.

L’esposizione che il curatore, interpretato da Moni Ovidia, cerca di realizzare, è palese metafora della ricerca, del tentativo che fa l’uomo di dare un senso a ciò che vede accadere.
La scena è tetra, mura alte oppressive la circondano, senza che le porte e le finestre che in essa si aprono riescano a dare luce e respiro alle figure e ai personaggi rappresentati in scena.
I cosmopoliti attori che attorniano il protagonista sono sovrastati da un video in cui le storie sono esposte, mentre voci note di varie personalità contemporanee, da Milva a Dario Fo, da Cacciari a Bergonzoni e Claudio Magris, costituiscono il trait d’union verso l’attualità delle problematiche trattate, ma soprattutto rappresentano un omaggio commovente al teatro, visto come l’unica catarsi possibile per ridare un senso all’insensatezza delle cose.
Ovadia immette nell’oscurità ultraterrena del pensiero brechtiano la breccia di un raggio di luce della divinità biblica.

Occorre sottolineare la bravura e versatilità di tutti gli interpreti, a partire da Moni Ovadia, straordinario Bertold Brecht redivivo e di tutti i suoi cosmopoliti comprimari, specie l’agile ballerino solista e cantante, il fascino del rinnovato angelo azzurro, dei polivalenti componenti della Moni Ovadia Stage Orchestra.