“LIBERA VIA” DI PAOLO PAX CALZAVARA
Il suono da immaginare è un sibilo metallico e quasi elettronico prodotto da un aggeggio strano, composto da un vecchio mixer da dj, una grattuggia dismessa, un piatto da charleston – rotto -, diversi cavi e alcuni altoparlanti, usati talvolta come microfoni, talvolta come diffusori. E poi, a questo suono, c’è da aggiungere il vuoto del silenzio di una villa veneta fredda di disuso, in una notte di dicembre avvolta dalla nebbia che tutto l’udibile attutisce.
E se fuori il mondo morbidamente tace, nelle stanze del grande labirinto di muri l’eco canta forte, mentre interagiscono tra loro una voce da soprano e un clarinetto, un contrabbasso e una batteria, una tastiera e un flauto, una fisarmonica. Ma non contemporaneamente: due strumenti per volta, due strumenti per stanza, in un percorso al buio che induce gli spettatori itineranti alla fusione emotiva con le suggestioni prodotte dai suoni.
Un‘esperienza, appunto, sonora e non solo musicale quella di Libera Via, il laboratorio di improvvisazione e musica elettronica che Paolo Pax Calzavara da alcuni anni conduce a Mirano (Venezia). “Ma ho cominciato a 13 anni a giocare con una radio portatile con onde lunghe e corte“, ci dice. Al suo fianco un ensemble di studenti soggetto a variazioni, ma con qualche fedelissimo; musicisti dalle provenienze più disparate, dal jazz alla lirica: Stefano Bertoldo, Stefano Cappella, Giacomo Cogo, Marcello Dalla Pietà, Marco Quaresimin, Lucia Sartori. Un progetto che, per l’anno 2008, si è concluso la scorsa settimana nella vicina Santa Maria di Sala (VE), nella cornice di Villa Farsetti, con la serata “Libera Via – Scie…”.
Scie di suoni: per una concezione quasi primordiale della musica, che si scompone e ritorna ad essere innanzitutto nota, al di là e oltre melodia e armonia. Scie di luce: perché nel silenzio dell’ascolto, il tragitto al buio da uno spazio all’altro è segnato dall’inseguimento di una luce che fa da guida, e diventa similitudine quasi biblica di risveglio e di percorso. Scie di vita: nella villa vecchia, bella e immobile, l’improvvisazione sonora riempie di nuova vita, come in un risveglio, lo spazio vuoto.
Ed è questa una delle idee portanti di Libera Via: rivitalizzare uno spazio attraverso la sua interpretazione sonora. Dallo spazio l’improvvisazione riceve lo stimolo per la sua forma, i suoi crescendo e i suoi mutismi; fondendosi con lo spazio circostante, il suono si modella e si adatta, in un continuo rimbalzo di feedback e percezioni. Il percorso di Libera Via cerca sempre, di performace in performace, nuovi luoghi, spesso marginali o destinati ad usi diversi da quello musicale.
“Ci sono luoghi che ti chiamano – spiega Paolo Calzavara – magari anonimi, o di passaggio. Ti chiamano per rielaborarli. La mia risposta è composta da vari elementi: l’improvvisazione libera strumentale, le registrazioni d’ambiente rielaborate elettronicamente, l’utilizzo di strumenti non tradizionali o la rifunzionalizzazione di quelli tradizionali”. Per dare un nuovo volto a quei luoghi: in una idea forte di geografia sonora, di ecologia acustica, di rilettura estetica del quotidiano.
Durante questi anni, le performances di Libera Via, appoggiate dall’associazione D’Altrocanto di Mirano, si sono svolte in parchetti comunali, portici di barchesse, librerie, ex scuole, strade. E la grandissima forza di questo progetto, oltre che nella sua evidente originalità, sta nello stupore che suscita nel pubblico: che viene sorpreso e si sorprende in luoghi in cui non pensava di vivere un’esperienza sonora. Libera Via ha la capacità di ammutolire e penetrare inaspettatamente, così lontana com’è dai canoni estetici dell’ascolto.
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_ Foto a cura di Tommaso Saccarola Copyright © Tommaso Saccarola – NonSoloCinema