“La Juive” di Fromental Halévy

L’insolita Ebrea entusiasma la Fenice

“La Juive” fa parte di quel filone del Grand-opéra che il Teatro La Fenice in questi ultimi anni ha frequentato con una certa assiduità, grazie al compianto Marcello Viotti, che avrebbe dovuto dirigere anche questo allestimento.

È stata una scoperta.
Per vari motivi: il primo la despettacolarizzazione di una regia che non si vuole mettere in luce come protagonista dell’opera, ma che asseconda una narrazione complessa e che fila perfettamente. Una parte del merito va anche all’ottimo libretto di Eugène Scribe, rappresentante della borghesia liberale e progressista del Juste Millieu, che infonde all’opera il carattere prettamente ideologico dell’intolleranza, senza estremizzare mai i toni.

Un secondo aspetto è dovuto all’azione di Halévy, che per certi versi richiama alcune forme già presenti in Donizetti e Bellini, ma che, per altri, innova e fa scuola, come avviene per la traduzione nel linguaggio musicale delle vecchie liturgie ebraiche. Elemento importantissimo è anche la vocalità che comprende un cast mirabolante e uno stile vocale molto interessante. Vi sono richiami al virtuosismo derivato dalla scuola vocale italiana in Léopold e in Eudoxie, vi è la prima attestazione di soprano drammatico in Rachel, e vi è l’esempio, che ritroveremo presentissimo in Wagner del declamato teatrale del Cardinale Brogni.

Terzo aspetto la presenza nel ruolo di Éléazar di Neil Shicoff che ha fatto suo il personaggio al punto tale da far riscoprire l’opera in questi ultimi anni, dopo che la sua fortuna ebbe fine negli anni Trenta, rigettata dal nazismo.
Come già accennato ottima la regia, proveniente dall’Opera di Vienna, di Günter Krämer, scene di Gottfried Pilz, in cui l’azione non è storicamente ambientata, ma ha molte allusioni agli anni Trenta e alla Shoah. Unico neo, a volte il coro sembra muoversi in spazi un po’ troppo ristretti.

Cast molto ben plasmato, come già detto Shicoff è grandissimo attore e sebbene parzialmente indisposto a causa di una laringite, anche buon interprete. Éléazar ha una doppia personalità di padre e di ebreo, che sfocia in un amore paterno verso la figlia acquisita Rachel e un odio verso i cristiani che sfocia nella tragica vendetta. Dei due aspetti Shicoff sembra privilegiare quest’ultimo. Ottimo anche il basso sacramentale, il cardinale Brogni, di Roberto Scandiuzzi mai un vibrato né un calo di volume in una parte infida nel registro grave.
Eccellente la Eudoxie di Annick Massis, dalla voce piccola e agile, ma sempre intonatissima. Corretto e con una buona facilità verso il registro acuto il Léopold di Bruce Sledge. Discreta prova vocale ma non altrettanto attoriale di Francesca Scaini, che all’ultimo momento ha sostituito Iano Tamar nel ruolo di Rachel

L’orchestra si è mossa bene nelle raffinatezze armoniche, ma non ha trovato in Frédérich Chaslin colui che la sapesse smorzare per far risaltare il dramma dei personaggi.

Applausi convinti per un’Opera da vedere.