venerdì, Settembre 11, 2026
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La Torre Gotica di Wim Delvoye sul Canal Grande alla Fondazione Peggy Guggenheim

Palazzo Venier dei Leoni

Gioiello in filigrana, acciaio e laser che lo scolpiscono, campanile profano, gabbia, voliera per uccelli esotici, moderna cattedrale stilizzata , la torre di Wim Delvoye troneggia nella terrazza sul Canal Grande di Palazzo Venier dei Leoni. Posta a lato del cavaliere di Marino Marini, l’opera dell’artista belga si è inserita in questo contesto a meraviglia, basamento e sfondo ideale per accompagnarne lo slancio.

Mentre in questi stessi giorni le frange più avanzate del contemporaneo fanno a gara, all’Arsenale, ai Giardini, alla Punta della Dogana, per osare sempre più nella demifisticazione dei canoni classici, questa torre gotica rappresenta la vera audacia, la vera provocazione. Si torna al bello, alla progettazione meticolosa e dettagliata, al racconto delle fasi di realizzazione rappresentate dai grandi fogli del Colouring Book che illustrano l’opera in progress. I fogli raccontano la gestazione dell’idea, griglie, trame del processo creativo, puzzle organico in cui ogni segmento si incastra in modo armonioso nel successivo fino alla compiutezza concreta dell’idea germinata. La cupola tondeggiante coronata da una cuspide aguzza chiude l’opera riportando d’imperio, all’inizio del nuovo millennio, il gotico in fiori d’acciaio a Venezia.

Riproposto a più riprese nell’Ottocento e nel secolo corso in palazzetti e chiese, il neogotico stride facendo rimpiangere l’essenzialità del romanico: ci voleva la durezza dell’acciaio e il laser come cesellatore per renderlo di nuovo accettabile e gradito, ma occorreva soprattutto la maestria, l’inventiva, l’originalità di un artista quale Wim Delvoye per farne un capolavoro. Influenzata dal gioco delle luci, la torre si presenta in multiformi interpretazioni. Nel luminoso splendore del riflesso del sole sulle acque, la torre appare ridente, rampa di missili benevoli, torre di Babele prima che le lingue si confondessero; nell’oscurarsi del cielo quando le ombre giocano con i suoi intarsi, la torre si fa misteriosa e cupa, torre-prigione simile a quelle descritte da Ismail Kadaré, carceri per reclusi a vita in un’Albania arcaica e crudele.

Sarebbe magnifico che anche per questa torre veneziana si ripetesse quanto accadde con la tour Eiffel costruita per l’esposizione universale e rimasta poi a simboleggiare Parigi al pari di Notre Dame, e anche dopo novembre, a mostra finita rimanesse sulla casa di Peggy.