“La Vie en Rose” di Olivier Dahan

Ascesa e declino di Lady Passerotto

Già interpretata da Evelyne Bouix in “Edith et Marcel” (Lelouch, 1983), la grande cantante francese Edith Piaf torna sullo schermo a stupire, commuovere, far riflettere.

La vie en rose, per la regia di Olivier Dahan (Pollicino, 2001; I fiumi di porpora 2, 2004 ) è una pellicola valida e intensa che – nonostante alcune imperfezioni (narrazione eccessivamente episodica, una ventina di minuti di troppo, alcuni flashback superflui, se non addirittura nocivi) – vanta una sceneggiatura dinamica, musiche da sogno e, soprattutto, una straordinaria interprete: Marion Cotillard, già brava nel piccolo cameo di Big Fish, premio César come migliore attrice in Una lunga domenica di passioni, splendida in Un’ottima annata di Ridley Scott, al fianco di un innamorato Russel Crowe.
La vita di Lady Passerotto (NDR: Piaf, in francese) è costellata di eventi drammatici: un’esistenza segnata dall’alcool (alchool addicted entrambi i genitori: saltimbanco lui, cantante di strada lei) e dalla droga, che l’ha portata, a discapito della gloria facilmente raggiunta, a terminare prematuramente la sua avventura di donna, cantante, artista.

La pellicola, ambientata in Francia e a Praga, ripercorre i drammi (molti) e le gioie (poche) della leggendaria cantante che, nata nei sobborghi Parigi, divenne famosa fin da giovanissima a causa della sua voce potente e complessa, capace di dolcezze e ruvidità, gorgheggi e sussurri, carezze e asperità allo stesso tempo. Molte le sue sfortune: incidenti stradali, malattie, interventi chirurgici, delusioni d’amore, tutte ripercorse dal regista con crudezza icastica e acerbo realismo. Con il bisturi preciso e letale della sua telecamera, Oliver Dahan taglia, ritaglia, intreccia azioni e sentimenti, dando vita ad un plot complesso che è un continuo alternarsi di flashback e flashforward: una trama a “patchwork” che, se da un lato rischia di penalizzare il pathos identificativo dello spettatore, dall’altro fa guadagnare al racconto in dinamicità e ritmo.

Grazie all’incantevole interpretazione della Cotillard, il regista è in grado di rimandarci un ritratto fedele della cantante che, pur nell’enfatizzazione eccessiva – a tratti quasi grottesca – di alcuni spigoli della sua personalità, convince e commuove: sotto le luci del riflettore, sola sul palco vuoto, ci appare così una donna gracile e goffa, ricurva e spaventata, con le mani deformate dall’artrite e i capelli radi. Una creatura a primo acchito insignificante che, grazie alla magia della sua voce, è in grado di spalancare i cuori, commuovere, incantare. Un bruco che diventa farfalla, per poi tornare – scesa dal palco – a strisciare nell’ombra della sua miseria e infelicità.
Originali e degni di nota alcuni accorgimenti registici, come la scelta di non far sentire la voce della protagonista proprio durante il suo esordio assoluto a Parigi – esordio che le valse la gloria imperitura – per sostituirla con il basso continuo di un carillon, lirico e toccante.
Un film importante che, sulla falsariga del recente Marie Antoniette di Sofia Coppola, evita di fare un’apologia del personaggio, limitandosi a metterne in luce ombre e penombre. Senza pretesa di giudizio alcuno.

Titolo originale: La Môme
Nazione: Francia, Gran Bretagna, Repubblica Ceca
Anno: 2006
Genere: Drammatico
Durata: 140′
Regia: Olivier Dahan
Sito ufficiale: www.tfmdistribution.com/lamome
Cast: Marion Cotillard, Sylvie Testud, Gérard Depardieu, Jean-Paul Rouve, Pascal Greggory

Distribuzione: Mikado
Data di uscita: Berlino 2007
04 Maggio 2007 (cinema)