In Epoca Tang (618 d. C. – 947 d. C.) , il periodo che è stato definito “il Rinascimento della storia della Cina”, l’Imperatore Ping si prepara a festeggiare “la festa dei crisantemi” assieme ai tre figli e alla giovane Imperatrice, sposata in seconde nozze. Ma lo splendore dell’oro che colora gli appartamenti è reso opaco dalle frustrazioni, i segreti e le brame di distruzione che sfigurano tutti gli abitanti della reggia.
Città proibita: questo nome, che indica la residenza del Celeste Imperatore, da sempre richiama alla mente immagini di piaceri e pericoli innominabili, indissolubilmente legati fra loro. Dopo Hero e La foresta dei pugnali volanti, il regista Zhang Yimou continua a indagare, attraverso l’ennesimo wuxiapang, sulle contraddizioni e le crepe che aprono squarci nella società imperiale cinese, intravisti attraverso uno schermo lucido e splendente come la giada. A differenza dei due film precedenti, le scene d’azione qui diminuiscono, a vantaggio del tessuto drammaturgico; di grande interesse le due figure femminili, l’imperatrice e la prima moglie dell’Imperatore, allontanata da Ping per potersi risposare: la prima, anti-lady Macbeth, mossa non dall’avidità ma dall’amore (vero anello debole nella concatenazione di meccanismi sociali che regolano la vita di corte), e la seconda, donna imbruttita e piegata dall’odio, entrambe rovinate da una figura sovrana crudele, arrivista e tristemente invincibile.
Il film sembra analizzare i lati oscuri della libertà di cui godevano le donne in epoca Tang: libere di amare, di esprimersi, di lottare (Mulan della casa Disney ne è un altro esempio), ma vittime del loro stesso desiderio di vivere l’amore (filiale o sensuale) con una semplicità che l’universo maschile non tollera. Esemplare è la vicenda che coinvolge la bella figlia del medico di corte, che scopre di aver amato nientemeno che suo fratello; la caduta delle illusioni amorose di fronte alle macchinazioni degli uomini rendono la sequenza la più straziante del film.
Ingabbiate in una struttura architettonica iridescente, incredibilmente vasta e sempre uguale a sé stessa, dietro le cui pareti vagano dei monaci che scandiscono le ore del giorno e ammoniscono gli abitanti sulla loro condotta morale, le figure che si muovono nel palazzo sembrano tentare di proteggersi e crearsi, vanamente, uno spazio proprio, ritagliato tramite tendine che vengono continuamente alzate e abbassate attorno a loro. Le mura del castello dell’imperatore però incombono, labirintiche e ripetitive: spesso le inquadrature sono oblique all’asse delle stanze, e mostrano una sequenza inquietante di colonne o fregi sempre identici. Le grandi scene corali (la preparazione delle serve del palazzo, la cottura delle medicine nei laboratori dello speziale) bene esprimono la struttura sulla quale è costruito un mondo che non dà spazio all’individuo passionale (e quindi irrazionale).
Purtroppo il magniloquente finale delude un po’ le aspettative, riducendo la tensione tragica dei personaggi a sequenze gore o di grande azione, ma rimane nella memoria l’intreccio di catene (d’oro) che lega l’imperatore, la moglie e i suoi figli a un destino che consente una sola scelta, morte o sopraffazione. Esseri umani-divini lontanissimi dalla felicità celeste che dovrebbe caratterizzare la loro esistenza.
Titolo originale: Curse of the Golden Flower
Nazione: Hong Kong, Cina
Anno: 2006
Genere: Drammatico, Romantico, Azione
Durata: 114′
Regia: Yimou ZhangCast: Chow Yun Fatt, Gong Li, Jay Chou, Ye Liu, Qin Junjie, Man Li, Dahong Ni
Produzione: Beijing New Picture Film Co., EDKO Film Ltd., Elite Group Enterprises, Film Partner International
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 25 Maggio 2007 (cinema)






