La favola Pixar – Come nasce un capolavoro

Disney-Pixar Animation Masterclass

Leone d’oro alla carriera 2009
John Lasseter, Brad Bird, Pete Docter, Andrew Stanton e Lee Unkrich: sono i cinque ragazzi irresistibili che hanno animato la Disney-Pixar Animation Masterclass. Ecco come nascono le favole e i sogni di casa Pixar.

Panel completo dei registi Pixar appena premiati da George Lucas con il Leone d’oro alla carriera, che per la prima volta nella storia della Mostra del Cinema di Venezia premia non un singolo regista ma il contributo di tutti i registi della “bottega” di Emeryville.

Sul palco della Sala Perla, a Venezia, ci sono tutti: John Lasseter, Brad Bird, Pete Docter, Andrew Stanton e Lee Unkrich, tutti registi di uno o più dei dieci blockbuster, tutti realizzati in collaborazione con la Walt Disney Pictures, che dal 1995 appassionano e commuovono i bambini di tutte le età: da Toy Story a Ratatouille, da Cars fino al commovente Up, che arriverà nelle sale italiane il 15 ottobre, mentre è già attesa per il prossimo prodotto Disney, Princess and the Frog sugli schermi italiani a dicembre, “la prima fiaba con un personaggio femminile molto forte, una storia che riguarda più il rapporto tra una madre e una figlia che non la principessa alla ricerca del principe azzurro. Ho dovuto farlo altrimenti avrei dovuto vedermela con mia moglie…”. Parola di John Lasseter.

La Disney-Pixar Animation Masterclass ha visto alternarsi gli speech di tutti e cinque i registi, ognuno con il compito di spiegare uno dei tasselli che contribuiscono a creare i sogni targati Pixar, la company fondata il 3 febbraio 1986 da Steve Jobs dopo l’acquisizione della divisione computer graphics della Lucasfilm e acquistata dalla Disney nel 2006, diventando così il più grande studio di animazione del mondo e una delle più importanti case cinematografice specializzata in CGI (computer generated imagery).

La premessa alla due ore di masterclass veneziana, occasione unica per esplorare il fantastico mondo Pixar, è nelle parole di John Lasseter, due premi Oscar, vice presidente del Creative Department, ripetute a Venezia come un mantra: “Cerchiamo sempre di fare il miglior film possibile”. Anche se forse altre affermazioni spiegano meglio il senso del lavoro alla Pixar: “L’animazione è la forma più collaborativa nel cinema” e “La qualità è il migliore business plan per la Pixar”.

Andrew Stanton – Scrivere la storia

Scrivere il soggetto è semplicemente uno storytelling, un raccontare una storia, in cui si costruisce ogni singola parte per arrivare alla conclusione. “Facciamo i film per noi, per le nostre famiglie, amiamo i cartoni animati, raccontiamo le storie che ci piacciono. Viviamo nel paese delle favole? Sì, viviamo nel paese delle favole”. I soggetti, le idee da cui nascono i film sono tutti originali, nati all’interno della Pixar, tutti pensati per sli spettatori, non per i filmmaker, né per i critici. L’idea migliore è quella che sarà utilizzata e viene elaborata fino a quando è pronta. Per Toy Story, per esempio lo script fu l’inizio dello sviluppo della versione definitiva. Il segreto è quello di fare film diversi ogni volta e di “osare di essere stupidi”.

E’ fondamentale conoscere il mondo in cui si muovono i personaggi: l’erba per a Bug’s Life, la barriera corallina in cui nuota Nemo o la complessità del mondo fantastico di Monsters & Co.

Poi ci sono i character: ogni personaggio deve piacere, anche se è egoista, egocentrico: “è così, per esempio, che abbiamo elaborato Woody”. E non solo: la filosofia Pixar mette il pubblico davanti ad una operazione matematica molto semplice, un 2+2, ma è lo spettatore che deve trovare il proprio risultato e a questo scopo il personaggio viene messo sotto pressione perche il pubblico senta empatia.

Il plot e il character vanno sviluppati in contemporanea. Anche quando si parla di sequel: Toy story 2 e il previsto Toy Story 3 o il sequel già preannunciato di Cars fanno scoprire nuovi aspetti dei personaggi. “Preparare lo script significa scrivere e riscrivere, sbagliare per avere il tempo di rivedere e correggere i propri errori“. Perché poi si passa allo storyboarding

Brad Bird – Lo storyboard

Brad Bird si è fatto le ossa con I Simpson prima di arrivare alla Pixar per Gli Incredibili, esperienza che gli ha insegnato l’importanza di “essere specifici”, ovvero lavorare sui dettagli, per ottenere il giusto ritmo narrativo. Ma non c’è un solo modo di lavorare: lo storyboard è di per sé un “rompere le regole” o forse trovarne sempre di nuove. Per Rataouille, per esempio, si è lavorato sulla improvvisazione, lasciando gli attori-voce dei personaggi liberi di interpretare e cheidendo loro molteplici versioni dello stesso pezzo per selezionare quello che racchiude in sé la maggiore spontaneità. Così lo storyboard si sviluppa in modo completamente diverso da altri film, e a questo punto è l’editor a scegliere la soluzione migliore.

Lee Unkrich – Il ruolo dell’editor

Montare un film di animazione è molto diverso dal montaggio tradizionale. “E’ come essere in cucina: ci sono le tavole, le voci, le telecamere virtuali e occorre saper equilibrare, aggiungere, sapere cosa non eliminare”. La telecamera virtuale segue l’azione da diverse angolature con una tale precisione da essere in tutto e per tutto uguale ad una telecamera reale e a un cameraman vivo. Perché il film è una cosa viva. Il compito dell’editor è proprio questo: “arrivare alla fine aggiungendo un granellino di sabbia alla volta, affidandosi spesso all’intuizione, una delle armi più potenti nell’arsenale di un editor”.
Per ogni scena l’artista del layout lavora su tre elementi: il modello del personaggio, la location e la telecamera virtuale. Per arrivare alla scena definitiva si utilizzano reel intermedi, nei quali si studiano quali sono le informazioni da far arrivare al pubblico: il personaggio deve essere triste, allegro, aver paura, essere preoccupato… a quel punto entrano in gioco le telecamere virtuali, e gli animatori hanno il materiale su cui lavorare.

Pete Docter – Art & Design

Luci, ombre, forme: tutto contribuisce a creare le atmosfere della storia. Lo sa bene Pete Docter, che in Up ha studiato nei minimi dettagli il design degli oggetti. Non solo i personaggi, ma anche gli oggetti devono essere “emotivi”. Una sedia può avere un’ombra che la rende minacciosa. E per fare un esempio concreto: in Up, Carl ha un carattere chiuso e tendente all’isolamento, come un quadrato, mentre Ellie ha forme gioiosamente tondeggianti. Di conseguenza gli oggetti legati ai due personaggi hanno queste due forme, come le cornici alle pareti, la casa squadrata di Carl. Stessa cura vien posta nel design dei personaggi: decine di studi e bozzetti, e alla fine Carl è nato da un mix tra il burbero Spencer Tracy e il nonno dello stesso Docter.

John Lasseter – Il risultato finale

In un film di animazione il personaggio è il risultato di animazione e voce. Fin dal suo arrivo alla Pixar, Lasseter si è concentrato sulla domanda “Cosa sta pensando il personaggio?”. Per questo il lavoro di costruzione dei personaggi è lungo, coinvolge tutti gli animatori che “interpretano” i personaggi aggiungendo via via nuovi particolari. Un filmato mostra Flash (Gli incredibili) che prende forma partendo dal tronco, a cui via via si aggiungono le altre parti del corpo. La voce ha ovviamente un ruolo determinante, e la ricerca della voce giusta si basa spesso su monologhi degli attori. E’ il caso di A bug’s life, di cui vengono proposti alcuni spezzoni con le voci di Al Pacino, Kevin Spacey o di Buzz Lightyear con la voce di Billy Cristal, che rifiutò e venne sostituito da Tim Allen.

Foto a cura di Romina Greggio Copyright © NonSoloCinema.com – Romina Greggio